Le ultime ore confermano che la tregua a Gaza è frutto di uno stallo fragile e di un disperato equilibrio tra aggrediti e aggressori. Il cessate il fuoco entrato in vigore dopo l’approvazione del piano promosso da Trump è un primo passo, un punto di partenza, non di arrivo, perché la pace definitiva che vuol dire eguaglianza, benessere, umanità, è tutt’altro che raggiunta.
È facile cadere nella retorica della “colpa unica”, ma la verità è composta da ferite incrociate. Da un lato, Israele ha il diritto di difendere i suoi cittadini dal terrorismo. Il tragico 7 ottobre 2023, con gli ostaggi massacrati sul posto o rapiti, alcuni dei quali tornati a casa solo in questi giorni, da vivi o da morti, non può essere dimenticato, né passare impunemente. Ma una risposta che distrugge quartieri, uccide migliaia di innocenti, che impedisce l’accesso agli aiuti, che rade al suolo ospedali e scuole, che accresce il numero dei senzatetto: questa non è difesa, è catastrofe etica. Genocidio. Da quest’altro lato, Hamas rivendica una resistenza sotto occupazione, ma compie crimini gravissimi: razzi contro popolazioni civili, il lancio di attacchi indiscriminati, la detenzione e lo sfruttamento politico degli ostaggi come merce di scambio e, in questi giorni, rastrellamente ed esecuzioni sommarie contro bande rivali.
Il piano di pace proposto da Trump è dunque un’operazione ibrida: da un lato esige che Hamas si disarmi — “o sarete disarmati”, è l’avvertimento — e che ceda il potere a un’autorità civica neutrale; dall’altro promette la ricostruzione di Gaza sotto supervisione occidentale. Il corteo di palestinesi fotografati dall’altro durante il controesodo, tra il mare e le macerie è già un’immagine da libro di storia nel quale possiamo, e dobbiamo, scrivere nuove pagine. Di ricostruzione, convivenza, rispetto. Di pace.
Trump si pone come mediatore e garante, ma con un tacito “aut aut” che mostra quanto il suo ruolo abbia una chiara matrice di pressione politica. È legittimo chiedersi se una pace costruita su ultimatum sopravvivrà al primo scossone. D’altronde per ottenere la liberazione degli ostaggi del 7 ottobre, Israele ha dovuto rilasciare circa 1.968 prigionieri palestinesi nell’ambito dello scambio con Hamas che ha incluso il rilascio degli ultimi 20 ostaggi vivi detenuti a Gaza. Di questi, circa 1.700 erano detenuti senza accusa, in particolare da Gaza; 250 erano prigionieri condannati (cioè con sentenza), alcuni con pene di ergastolo. Una parte delle persone liberate è stata deportata o trasferita in altri luoghi, non tutte hanno potuto tornare direttamente nelle loro casa. Nel frattempo non si hanno notizie circa il disarmo o operazioni di alleggerimento affini.
A ogni modo, la tregua e i trattati firmati in Egitto rendono meno sanguinolenta la ferita. Ma da diversi leader, e in particolare dallo spagnolo Pedro Sánchez, sono arrivate indicazioni nette. Come la contrarietà a qualsiasi espulsione forzata dei palestinesi da Gaza. “Gaza è dei palestinesi”, ha detto, e ha condannato quella che ha definito una proposta “immorale” di relocate forzato avanzata da Trump. Sánchez ha sottolineato che la pace non può tradursi in impunità: chi ha commesso crimini — da qualunque parte — deve rispondere. Così come ha confermato che la Spagna manterrà l’embargo sulle armi a Israele finché non si stabilizzerà una tregua duratura.
Al momento, il 53 per cento del territorio della Striscia resta sotto il controllo di Tel Aviv, ma questa tregua porrà fine al ciclo di violenza che incessantemente, dal 1948, insanguina la zona o è un respiro di libertà che dura lo spazio di un sogno? La risposta è: dipende. Dipende da chi controlla il confine degli aiuti, da chi garantisce il disarmo, da chi dirige la ricostruzione. Dipende se i civili potranno tornare a respirare, curarsi, studiare, tornare alle case o almeno avere alternative dignitose.
Infine, la pace vera non nasce da piani imposti ma da una trasformazione reale: che Israele riconosca l’alternativa di uno Stato palestinese vivo e che i palestinesi che detengono il potere, e le armi, scelgano la resa vera, non come assoluzione. Il ruolo di Trump, per quanto dominante, sarà giudicato nei mesi a venire: mediatore, padrone o burattinaio del tavolo di pace? Sánchez, e con lui molti Stati europei, chiedono che la pace non sia né dimenticanza né impunità, ma giustizia. La tregua non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.

