LoopArc è un progetto che unisce la solida formazione classica di Stefano Zeni (violino) e Marco Remondini (violoncello) a una visione contemporanea della musica. Con il nuovo album Classic (Not), in uscita il 19 settembre per Memory Recordings, il duo propone una rilettura originale di autori come Vivaldi, Beethoven, Purcell, Pachelbel e Shostakovich, mescolando repertorio tradizionale, elettronica e improvvisazione. Il risultato è un percorso sonoro che esplora linguaggi diversi e si apre a nuove possibilità espressive, confermando la capacità di LoopArc di muoversi oltre i confini dei generi.
NDP ha avuto il piacere di intervistarli.
1. LoopArc, un nome che suona come una promessa futuristica. Com’è nato questo viaggio nel tempo musicale tra l’arco e l’elettronica?
Marco: L’avventura LoopArc è cominciata all’inizio del 2024 quando Stefano e io abbiamo deciso di unire i nostri archetti e connettere le nostre loop station.
2. Il vostro suono parte dalla tradizione classica, ma si avventura in territori sonori inaspettati: quando avete capito che il barocco e il rock potevano danzare insieme?
Stefano: Se Vivaldi, Purcell o Pachelbel fossero nostri contemporanei probabilmente sarebbero compositori Rock. Il ritmo nel barocco è molto scandito, basta aggiungere degli effetti al suono acustico di violino e violoncello (distorsori, wha wha, delay…) e subito un rondeau o un canone seicentesco suonano come un brano di Jimi Hendrix.
3. Nel vostro album “Classic (Not)”, Vivaldi e Shostakovich si ritrovano in compagnia del tango e dell’elettronica: qual è stato il criterio poetico ed emotivo nella scelta dei brani da rileggere?
Marco: Semplicemente abbiamo selezionato composizioni a noi care partendo dal seicento e arrivando al novecento seguendo il nostro gusto. L’input ci è stato dato dai temi più noti delle Quattro Stagioni di Vivaldi. La Primavera ha preso l’onda rock, l’Estate, a tratti, si è trasformata in heavy metal, l’Autunno ha virato sull’etereo e l’Inverno è diventato un tango.
4. Virtuosismo, improvvisazione, elettronica: sembrano tre anime che convivono nel vostro progetto. Quale di queste voci ha parlato per prima?
Marco: Dal jazz abbiamo attinto il nostro lato improvvisativo che ci contraddistingue nell’approccio alla musica; unirlo all’elettronica è stato subito naturale. Il virtuosismo è arrivato di conseguenza una volta immersi nella musica.
5. “Classic (Not)” è più di un titolo, è una dichiarazione d’intenti. Cosa non è, oggi, per voi, la musica classica?
Stefano: Direi che il titolo “Classic (Not)” può essere definito come il nostro manifesto. Abbiamo un rispetto estremo per i grandi compositori della storia, proprio per questo non consideriamo “classico” il nostro album. Noi, effettivamente partiamo da temi classici ma li trattiamo in maniera contemporanea, a volte futuristica, allontanandoci molto dalle atmosfere originali. Forse potremmo sembrare irriverenti; in realtà ci sembra più rispettoso eseguire in maniera personale la musica classica, piuttosto che cercare di imitare il più possibile l’interpretazione che il compositore avrebbe voluto dai musicisti di centinaia di anni fa.
6. C’è una frase che colpisce: “Un viaggio nel tempo, nello spazio e nelle emozioni”. Qual è, tra i vostri brani, quello che meglio rappresenta questo viaggio interdimensionale?
Stefano: Direi la nostra rielaborazione del tema principale della Quinta Sinfonia di Beethoven. Il primo tema viene esposto in maniera classica da violino e violoncello, la ripresa del tema diventa rock con il prezioso aiuto del basso elettrico di Andrea Ra e della batteria di James Rio (nostri ospiti in due brani dell’album), poi lo scenario cambia e subentra l’elettronica, i loop, gli effetti e, per finire, suoni di synth filtrati. In tutto ciò, il violino e il violoncello restano protagonisti con suoni effettati e improvvisazioni vibranti.

7. Il vostro incontro risale a più di dieci anni fa, ma sembra ieri. Cosa ha fatto scoccare la scintilla artistica tra voi due?
Marco: E’ vero, gli anni volano e noi in questi ultimi dieci anni abbiamo fatto tesoro di molte esperienze comuni che ci hanno naturalmente portato a unire i nostri mondi verso una direzione artistica condivisa. Naturalmente, oltre al nostro percorso artistico-musicale condiviso, tra noi è nata una bella amicizia dovuta anche a una visione del mondo condivisa.
8. Avete collaborato con nomi del calibro di Boris Savoldelli, Fabrizio Paterlini, Gianluigi Trovesi… Come cambia la vostra visione sonora quando entrano in scena altri “mutanti musicali”?
Stefano: La musica è fatta di incontri, collaborazioni, esperienze condivise. Le collaborazioni in ambito artistico sono sempre momenti importanti di condivisione e arricchimento reciproco. Si cerca di approcciare in punta di piedi il mondo sonoro degli artisti con cui collaboriamo. Una volta entrati nel mood giusto si può osare di più, portando le nostre peculiarità agli altri “mutanti musicali”.
9. Avete portato il vostro violino e violoncello da Seul a Francoforte, passando per il jazz, il teatro e il pop. Cos’è rimasto intatto in voi, nonostante tutte queste metamorfosi?
Marco: Nonostante le nostre numerose esperienze musicali non abbiamo mai snaturato il nostro modo di vedere e approcciare la musica; è sempre fondamentale rimanere noi stessi, pur adattandosi alle varie situazioni, senza scendere però a compromessi. Se si sta in armonia con la musica, si sta in armonia anche nella vita.
10. Il vostro prossimo progetto con Fabrizio Paterlini è già in cantiere. Potete regalarci un’anteprima, anche solo emozionale, di cosa ci aspetta?
Stefano: Dalla collaborazione con Fabrizio sta nascendo un album (verrà pubblicato e presentato in autunno) che unisce i nostri mondi. Fabrizio oltre al piano suona synth e Fender Rhodes. Noi LoopArc ci occupiamo di live looping (su un tappeto di elettronica) e utilizziamo il suono di violino e violoncello con molti effetti. In alcuni brani non si riconoscono i suoni dei nostri tre strumenti acustici (pianoforte, violino e violoncello), quindi si tratta di un album dalle sonorità molto interessanti. Il suono nell’insieme è fresco e moderno.
11. In un mondo sempre più algoritmico, quanto è importante per voi mantenere viva l’improvvisazione, l’errore, il gesto umano nel suono?
Marco: Per noi è fondamentale mantenere viva la musica. Ormai con l’intelligenza artificiale si può fare quasi tutto anche in ambito musicale. Noi che abbiamo ancora una visione romantica della musica pensiamo che questa disumanizzazione porterà prima o poi a una rinascita delle arti. La musica non può essere solo un algoritmo, noi tutti abbiamo bisogno di nutrirci di musica suonata; l’errore, o meglio, l’imperfezione è fondamentale. L’improvvisazione non può essere replicata da una macchina, suonerebbe di plastica. Restiamo fiduciosi in questo mondo alla deriva.
12. Un’ultima domanda, la più semplice ma forse la più difficile: per voi, oggi, che cos’è la musica?
Stefano: La musica per noi è vita.
Ci piace concludere con una frase di William Shakespeare:
“L’uomo che non ha alcuna musica dentro di sé, che non si sente commuovere dall’armonia di dolci suoni, è nato per il tradimento, per gli inganni, per le rapine. I motivi del suo animo sono foschi come la notte: i suoi appetiti neri come l’erebo. Non vi fidate di un siffatto uomo. Ascoltate la musica.”
CONCERTI
domenica 21 settembre
Padenghe sul Garda (BS), Castello, ore 17.30
giovedì 25 settembre
Monterubbiano (FM), Teatro il Vicolo, ore 21.00
venerdì 26 settembre
Andria (BT), Relais Sant’Agostino, ore 21.30
giovedì 9 ottobre
Bergamo, Jazz Night, Dieci10, ore 21.00
giovedì 26 febbraio 2026, Rovereto (TN)
La Brace Jazz Club, ‘Jazz & More’, ore 21.00

