Con poco tempo per decidere, uno dei membri del gruppo cerca di compiere un’azione eroica per la propria squadra…
Improvvisamente, mentre l’urlo soffocato del suo sergente si spegneva, Johannes si sentì come un cubetto di ghiaccio lasciato su una veranda in piena estate. Abbandonato a sciogliersi al sole, un sole caldo come l’inferno, potente e demoniaco. Per un momento quell’immagine parve insinuarsi nella sua mente, cullarlo, tentarlo con l’idea, neanche troppo assurda, che in fondo non servisse combattere. Non avrebbe potuto salvare certamente Hans e il povero Oliver giaceva svenuto, inerme nel bunker. Non si sarebbe accorto di nulla. Perché ostinarsi a cercare di sopravvivere a una forza come quella? Il rumore di ampie falcate che percorrevano il pendio lo scosse dai propri pensieri.
L’ombra stava arrivando. L’ombra voleva fargli sentire che stava arrivando. Si muoveva verso di loro condensandosi nella nebbia e superando il confine tra i mondi, giungendo a loro dal mondo onirico degli incubi. Johannes cercò, con uno sforzo che gli parve quasi inumano, di conservare la lucidità. Con sua grande sorpresa, si rese conto, non stava lottando contro il panico: stava lottando contro la tentazione di sedersi, smettere di combattere, lasciarsi andare.
Avrebbe voluto sedersi lì e limitarsi ad arrendersi, ad aspettare che tutto fosse finito. Invidiava, quasi, quell’antipatico maggiore che era stato colto di sorpresa. Lui non aveva avuto il tempo di vedere l’orrore ed era morto in maniera così rapida da non soffrire. Sapeva di non poter fuggire e sperava quasi che, se non avesse opposto resistenza, l’ombra si sarebbe dimostrata misericordiosa e gli avrebbe concesso una morte senza dolore. Le urla di Hans lo scossero dal torpore. “Cos’hai detto?”, chiese, mentre passi pesanti risalivano lungo la collina, “vai!”, rispose lui, “corri!”, “no, non ti lascio qui”, disse cercando di trascinarlo per l’uniforme. Lui gridò disperatamente con una tale forza da imporgli di fermarsi. “Lasciami qui…tenente”, ripeté il portuale girandosi a guardarlo, “ti ho detto di no!” gli rispose impuntandosi “non ti lascerò fuori con quella cosa”.
L’uomo si mise a ridere, era una risata triste, molto amara, “ascoltami”, disse, “non riuscirai a portarmi nel bunker prima che arrivi e comunque, anche se ci riuscissi, non servirebbe a niente: sono morto in ogni caso senza medicamenti e un chirurgo. Che lì dentro non ci sono”. Fece una breve pausa per riprendere fiato, mentre i passi si avvicinavano nella nebbia che si stava facendo più fitta. Con una breve occhiata misurò la distanza che lo separava dalla porta del bunker: circa 15 metri, forse un po’ di più.
Fu costretto ad ammettere che Hans aveva ragione. Non ci sarebbe mai arrivato in tempo se avesse dovuto trascinarlo, soprattutto visto che quella cosa poteva muoversi in modo molto più rapido. Si girò a guardare l’uomo, il suo amico che gli stava salvando la vita e gli slacciò la cinghia del fucile cosicché potesse liberarsi dalla tracolla, poi lo aiutò a imbracciarlo. Non sarebbe servito a niente contro ciò che stava arrivando, lui lo sapeva benissimo, ma quell’arma non era per difendersi dalla creatura.
Era un’ancora, un modo di aggrapparsi disperatamente alla realtà convincendosi che fosse ancora possibile una forma di difesa umana contro quello che gli stava capitando, come se un fucile fabbricato in un’acciaieria di Berlino potesse fare qualcosa. Come se un proiettile potesse avere effetto contro una creatura vecchia di millenni, responsabile di miliardi di morti lungo le epoche, nel corso della storia. Non volevano proteggersi perché non potevano proteggersi, volevano solo ancorarsi alla loro realtà, non cedere l’ultimo passo a quel mondo degli incubi che si addensava attorno a loro. La sagoma di un elmo iniziò ad apparire oltre il bordo della trincea. Mormorò “grazie amico…”, prima di lasciare la presa sull’uniforme di Hans e precipitarsi dentro il bunker di cemento.
Continua…

