Tra archeologia e psicologia, un enigma che parla del bisogno umano di vedere oltre
Nel cuore arido del Perù, tra le pampas di Jumana e il deserto di Nazca, la terra custodisce un enigma antico più di duemila anni. Enormi figure di animali, spirali e linee perfettamente rette si estendono per chilometri, visibili solo dall’alto.
Furono scoperte nel 1927 dall’archeologo peruviano Toribio Mejía Xesspe e studiate per tutta la vita dalla matematica tedesca Maria Reiche, che vi dedicò decenni di ricerche e un libro divenuto un classico: Il mistero del deserto di Nazca (Nardini Editore, 1996).
Segni per il cielo o per gli dèi
Le interpretazioni si moltiplicano da decenni. Per Reiche, le linee costituivano un calendario astronomico, un modo per osservare il moto del sole e delle stelle. Lo storico Paul Kosok, che la precedette, vi vide simboli rituali legati all’acqua, dono sacro in una terra dove la pioggia è rara e preziosa.
Altri archeologi, come Johan Reinhard, hanno sottolineato l’aspetto cerimoniale: percorsi sacri da calpestare durante processioni religiose.
Ma attorno a Nazca si è costruita anche una mitologia moderna. Nel 1969 lo scrittore svizzero Erich von Däniken, nel bestseller Gli dèi erano astronauti (SugarCo, 1970), avanzò l’ipotesi che le linee fossero piste di atterraggio per civiltà extraterrestri. Un’idea priva di fondamento scientifico, ma irresistibile per l’immaginario collettivo.

La mente ha bisogno di mistero
Cosa ci affascina tanto di queste figure tracciate nella sabbia? Gli psicologi parlano di pareidolia, la tendenza a riconoscere forme e significati dove non ce ne sono. Come scrive Massimo Polidoro in Il sesto senso. Indagare l’incredibile (Piemme, 2002), “il mistero è una lente attraverso cui l’uomo riflette se stesso”.
Eppure la pareidolia non è soltanto un inganno dei sensi: è una forma di continuità fra noi e il mondo. È la mente che rifiuta il vuoto e tenta di ordinarlo, di trasformare il caos in segno. In quelle linee tracciate nella polvere si riflette lo stesso gesto con cui, da sempre, cerchiamo di riconoscerci in ciò che vediamo: una figura nella roccia, un volto in una nuvola, un messaggio nella sabbia.
Non è illusione, ma una forma di dialogo con l’invisibile, una grammatica antica con cui l’uomo prova a rendere familiare l’ignoto.
Oltre il visibile
Forse, allora, quelle tracce nel deserto non parlano agli dèi, ma a noi. Ricordano che dietro ogni disegno tracciato nella sabbia si nasconde il bisogno più umano di tutti: dare forma all’invisibile.
Cristina Lombardo
Fonti
- Maria Reiche, Il mistero del deserto di Nazca, Firenze, Nardini Editore, 1996
- Paul Kosok, La vita, la terra e l’acqua nell’antico Perù, Lima Editores, 1989
- Erich von Däniken, Gli dèi erano astronauti, Milano, SugarCo, 1970
- Johan Reinhard, The Nasca Lines: A New Perspective on their Origin and Meaning, National Geographic, 1985
- Massimo Polidoro, Il sesto senso. Indagare l’incredibile, Milano, Piemme, 2002

