La tensione in Medio Oriente raggiunge ogni giorno livelli più preoccupanti. I raid israeliani su infrastrutture strategiche in Iran, tra cui impianti nucleari, e le ritorsioni di Teheran, con i missili sui centri abitati israeliani, segnano l’apertura di uno scontro che mette a repentaglio il già fragile equilibrio dell’intera regione.
Israele, finora Paese in guerra fuori dai propri confini, si ritrova oggi a gestire un conflitto in casa. Epiloghi drammatici che coinvolgono non solo il Medio Oriente, ma l’intera comunità internazionale, in particolare l’Europa, sempre più esposta agli effetti di una crisi potenzialmente globale eppure non adeguatamente unita sul fronte del cessate il fuoco.
Uno spiraglio di luce si era intravisto ieri con la tregua annunciata da Trump, che si è rivelata fragile sin dalle prime ore. L’Iran ha colpito Beersheba pochi minuti prima dell’inizio ufficiale del cessate il fuoco, causando almeno cinque vittime civili. Israele ha sganciato altre bombe su infrastrutture militari nei dintorni di Teheran. La tensione è rimasta alta anche dopo la dichiarazione americana di “successo diplomatico”. Poi il “chiarimento”: lo stop alle ostilità è stato “sfalsato” dal fuso orario (30 minuti tra Tel Aviv e Teheran). Per la restante parte del giorno la tregua regge raggiunta pare con la mediazione del Qatar, in qualche modo regge. Ma serve di più per tirare un sospiro di sollievo e le dichiarazioni dei leader dei Paesi coinvolti sono tutt’altro che rassicuranti.
La promessa di pace del presidente Trump deve portare a ben altre tregue per potersi definire un successo, ma per orae si infrange con la realtà dei fatti. D’altronde aveva promesso che avrebbe fermato tutte le guerre, ma il primo atto della sua amministrazione in politica estera non è stato un negoziato, ma un attacco militare contro i siti nucleari iraniani, definito dallo stesso Trump “un danno monumentale”. Nel frattempo, le deboli richieste di pace provenienti dal vecchio continente in relazione all’assedio israeliano a Gaza suonano contraddittorie se non addirittura ipocrite visto che ancora diversi sono i Paesi che collaborano al conflitto vendendo armi. Questo nonostante, più di un anno fa, dal Parlamento europeo partì la denuncia della Federazione Internazionale dei Diritti Umani secondo cui i Paesi firmatari dei trattati internazionali hanno obblighi chiari prevenire il genocidio e, in quel momento, erano già chiari i “rischi plausibili” in Palestina. Il vicepresidente della Fidh, Deswaef, dichiarò apertamente la necessità di un “embargo sulle armi a Israele”.
Lettera morta. Val la pena ricordare infatti che, dopo il 7 ottobre 2023, alcune nazioni europee hanno interrotto la fornitura di armamenti o sospeso le licenze di esportazione verso Israele. Tra queste, Francia, Spagna e Regno Unito, sebbene i loro contributi fossero inferiori allo 0,1 per cento del totale delle importazioni di Tel Aviv. Chiaramente affinché l’embargo funzioni è necessaria l’adesione dei tre principali esportatori d’armi: Stati Uniti, Germania e Italia. Secondo il report dello Stockholm international peace research institute (Sipri), pubblicato nello scorso mese di marzo, le tre nazioni sono infatti responsabili della quasi totalità di fornitura d’armi a Israele.
In questo contesto, parlare di disarmo o distensione suona ormai come una retorica vuota. La credibilità della spinta pacifista americana ed europea è ai minimi storici, con la Palestina in ginocchio e sempre più isolata. Da oltre 21 mesi i bombardamenti israeliani si susseguono in una guerra asimmetrica che punta Hamas ma ha causato migliaia di vittime civili. La popolazione è stremata dalla fame, dalla mancanza di medicine e di acqua potabile.
La crisi sta già alimentando un’escalation di instabilità che potrebbe sfociare nel terrorismo diffuso tanto che molti Paesi, incluso il nostro, tengono sotto controllo obiettivi strategici ritenuti a rischio. A Damasco, nei giorni scorsi, un attentato ha colpito il quartiere diplomatico causando numerose vittime. Un segnale inquietante: il conflitto diretto tra Stati può trasformarsi in una nuova stagione di attacchi indiscriminati, capace di coinvolgere anche Paesi formalmente non in guerra.
I timori di un allargamento del conflitto sono concreti. Francia, Germania, Regno Unito hanno chiesto una de-escalation immediata. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar temono un crollo della sicurezza energetica e il blocco dello Stretto di Hormuz, di centrale importanza per il commercio mondiale di petrolio e gas naturale. Anche l’Indonesia, attraverso l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, ha chiesto un’azione diplomatica urgente. E intanto i mercati oscillano: il prezzo del petrolio scende, ma non è ottimismo, piuttosto timore che lo scontro si trasformi in stallo duraturo.
Stallo che non riguarda però il genocidio in atto. Nella Striscia di Gaza l’assedio va vergognosamente avanti. La Palestina rischia di essere annientata. Con le armi dei “pacifisti”.

