Sotto il Vaticano. Le reliquie di San Pietro: tra fede, archeologia e mistero
Un’indagine che sfiora la leggenda: cosa si cela davvero sotto l’altare di San Pietro?
La scoperta sotto la Basilica di San Pietro Nel cuore della Basilica di San Pietro, il luogo più sacro della cristianità, si cela una storia che unisce scienza, fede e mistero.
Una storia che affonda le radici nel dopoguerra, quando Papa Pio XII decise di mettere alla prova una delle convinzioni più radicate della tradizione cattolica: che l’apostolo Pietro fosse davvero sepolto sotto l’altare maggiore della basilica vaticana.
Il coraggio di Papa Pio XII e l’archeologa Guarducci Un atto coraggioso, per molti addirittura rischioso. In un’epoca in cui la fede sembrava chiamata a difendersi dall’irruzione della scienza, il Pontefice decise di fare l’opposto: ordinò uno scavo archeologico sotto la “confessio”, lo spazio esattamente sotto la Cupola che segnala la “in allora” supposta tomba di San Pietro, affidando il compito a un’archeologa determinata e fuori dagli schemi: Margherita Guarducci.
Le indagini tra i graffiti e i resti sepolti Le indagini iniziarono in silenzio. Tra antichi marmi, murature romane e graffiti enigmatici, si fece strada l’ipotesi impensabile: le ossa del Principe degli Apostoli potevano essere lì, a pochi metri dal cuore della cristianità. Ma nulla fu dato per scontato.
La stessa Guarducci impiegò mesi di studi filologici, analisi tecniche e confronti con testi antichi per avvalorare ciò che sarebbe emerso: resti umani, appartenenti a un uomo di corporatura robusta, sepolti con onore in una nicchia antichissima, rivolta a Oriente.
Il rischio di una perdita irreparabile Ciò che è meno noto, però, è che quelle ossa hanno rischiato seriamente di andare perdute. In una fase intermedia degli scavi, i resti furono temporaneamente rimossi e posti in un contenitore, successivamente dimenticato in una scatola di legno conservata in un magazzino.
Fu solo grazie alla tenacia della Guarducci e a una revisione puntuale dei reperti, condotta anni dopo, che quelle ossa furono riconosciute come straordinariamente compatibili con i dati storici e archeologici legati all’apostolo Pietro. Le analisi forensi furono affidate al celebre antropologo Venerando Correnti, che confermò la compatibilità delle ossa con un uomo vissuto nel I secolo, di corporatura robusta, in età avanzata e sepolto con onori.
L’annuncio di Paolo VI e le reazioni contrastanti Era il 1963. L’emozione era palpabile. Ma serviva cautela. Solo un anno dopo, nel 1964, fu Papa Paolo VI ad annunciare pubblicamente la scoperta: «Abbiamo motivo di ritenere che si tratti, con ogni probabilità, delle reliquie dell’apostolo Pietro».
Dubbio e opposizione: una scoperta scomoda Il clamore fu enorme, ma non unanime. Mentre alcuni parlavano di una scoperta pari a quella di Troia o della tomba di Cheope, altri – anche dentro le mura vaticane – accolsero la notizia con scetticismo. Margherita Guarducci, pur armata di dati e prove, fu oggetto di critiche, isolamento accademico e velate ostilità. Forse perché quella scoperta rafforzava, plasticamente, l’idea del primato romano in un momento di delicato dibattito teologico.
La tomba oggi: visibile, ma riservata La tomba di Pietro oggi è visibile, ma non del tutto. Le reliquie sono custodite con discrezione, senza ostentazione. Eppure, ogni anno, migliaia di pellegrini scendono in quei sotterranei con il fiato sospeso, guidati da una domanda che sfugge alla scienza: «E se fosse davvero lui?»
Un mistero che unisce fede e ragione In quella terra umida, tra frammenti di tempo e lapidi dimenticate, la fede e la ragione si sfiorano, come in un mosaico antico. È lì che la Chiesa ha deciso di guardare in faccia il mistero. Non per dissolverlo, ma per accettarne la profondità.
E noi quale posizione vogliamo assumere?
Giulio Valerio Santini

