Il mito
Socrate è sempre stato prigioniero del suo mito per la capacità di sconvolgere i coevi imponendo delle novità assolute che hanno diviso in maniera radicale i cittadini di Atene, patria del filosofo. Tutte le fonti successive alla sua morte hanno creato una vera e propria leggenda del pensatore libero, ingiustamente condannato dall’ignoranza della massa e calunniato da concittadini rancorosi e oscurantisti. Da questa aura leggendaria è difficilissimo distinguere la verità storica dell’uomo, e proprio qui si insinua un alone di mistero che avvolge la sua vicenda.
La città di Atene
La condanna di Socrate appare come un segreto custodito nella memoria collettiva di Atene: una vicenda che non si lascia mai decifrare fino in fondo. L’insegnamento del maestro ha generato passioni opposte, dalla sconfinata ammirazione a una profonda avversione, eppure le generazioni successive di ateniesi non mostrarono alcun pentimento per la sua morte.
Sapere iniziatico
La concezione dell’uomo nella città di Atene imponeva al cittadino il totale rispetto delle istituzioni, e la saggezza era individuata come l’adeguamento ai modelli previsti dalla tradizione. Socrate infrange questo equilibrio con un pensiero che sembra rivelare un sapere diverso, quasi iniziatico: la scoperta dell’anima come nucleo divino dell’uomo. La saggezza non proviene più dall’esterno, ma da un’indagine segreta e personale, come se ogni cittadino custodisse in sé un enigma da sciogliere.
L’interiorità
La comunità non può più prevalere sul singolo. L’interiorità, oggetto di una cura simile a quella che si rivolgeva agli dèi, diventa il luogo di un culto misterioso e invisibile. In questo senso Socrate non solo rivoluziona il pensiero filosofico, ma spalanca la porta a un territorio ignoto, dove la verità non è più scritta nella legge della città ma nell’abisso della coscienza.

