Crans-Montana tragedia filmata. Ho visto, come gran parte di voi, i filmati della tragedia di Crans-Montana. Prima la festa, la mezzanotte, i brindisi. I fuochi pirotecnici accesi dentro il locale, come se non esistesse più un limite, non dico quello della prudenza ma almeno quello della ragionevolezza. Poi, improvvisamente, sopra le teste dei ragazzi, le fiamme. Dapprima un lieve bagliore. Poi il colore inequivocabile del fuoco.
E dopo, subito dopo, l’inferno. Quello vero.
In alcuni video che ho avuto come voi la sfortuna di vedere in televisione, ho visto chiaramente dei ragazzi accalcarsi verso l’unica uscita. Stretta come un cappio al collo. Si schiacciano gridando, uno sull’altro. Cercano di scavalcarsi in preda al terrore. Urlano. Sono disperati. Si sente nitidamente un ragazzo che, in francese, implora un altro di spostarsi. Non è un grido qualsiasi, è una richiesta precisa, umana, rivolta a qualcuno che gli sta togliendo l’aria, la vita.
Altri cercano di aiutare. Corrono verso l’uscita, provano a tirare fuori con la forza chi è rimasto incastrato. Qualche tentativo riesce, qualche altro no. Mani che afferrano altre mani, corpi che si bloccano, il panico che diventa fisico. Si intravedono i vestiti che cominciano a bruciare. Il caldo cresce e le urla insieme, con parole che ormai sono lamenti.
Ma nei filmati, in uno in particolare, si vede anche altro purtroppo. E qui la tragedia cambia natura, si stravolge, toglie la maschera o forse ne indossa solo un’altra. Più feroce, cinica, indifferente. Un ghigno che non vorrei vedere più.
Si vedono due uomini, o forse due ragazzi, che non soccorrono. Non spingono. Non tirano. Non prendono le mani tese. Filmano.
Con il telefono in mano, intenti a inquadrare. Uno si muove per cercare la visuale migliore. Come se stesse filmando la fidanzata che esce dall’acqua al mare. Come se fosse normale. Come se fosse la cosa giusta da fare, l’unica. Come se non ci fosse la possibilità almeno di mutare la sequenza in “prima aiutare poi filmare”. Come se la disperazione davanti a loro fosse un contenuto. Chissà avranno pensato magari con questo video divento influencer. E gli altri bruciavano, le carni annerivano e fumavano. Diventavano poco fotogenici, o forse di più per il loro scopo…
Questo però è un punto di rottura, forse di non ritorno.
Si perché qui non siamo più di fronte a un errore umano riconducibile allo stress. Siamo davanti a una scelta, consapevole, cinica. La scelta di documentare la morte dei propri simili invece di tentare di salvarli. Di guardare anziché intervenire.
Ora cari lettori, provate a fermarvi un secondo. Provate a immaginarvi lì, proprio in quella situazione, anzi provate a immaginare lì vostro figlio. Bloccato, schiacciato dal peso di altri corpi. Il fumo che gli entra nei polmoni e li brucia. Il calore che aumenta, insopportabilmente. I suoi vestiti che prendono fuoco poi in una vampa i suoi capelli, lo sentite urlare, piangere, invocare forse un’ultima volta “mamma” nell’ingenua speranza che almeno lei possa salvarlo. La consapevolezza, lucidissima, che forse non uscirà vivo, non lo vedrete mai più se non in una bara.
E davanti a lui, a vostro figlio che muore, c’è qualcuno che lo filma. Non per aiutarlo, non per salvarlo e forse potrebbe farlo. Non per chiamare aiuto, i soccorsi. Ma per registrare la sua fine.
Non è solo cinismo. È disumano. Ma la vergogna non si ferma lì.
Nelle ore successive, alcuni giornalisti televisivi hanno ricostruito la tragedia partendo proprio da quei filmati, commentando quelle immagini come una risorsa preziosa, quasi di una manna dal cielo. Materiale utile. Contenuto. Documento. Prove.
Peccato però che in quei video ci siano ragazzi che stanno morendo. Figli, ragazzini, di qualcuno. Fratelli e sorelle di qualcuno. Persone, non avatar digitali, che non hanno dato il loro consenso a trasformare la loro agonia in un supporto narrativo per gli scopi più vari.
Chi lo dice con più enfasi, spesso, è molto giovane. Forse troppo giovane per avere ancora capito cosa significa perdere qualcuno. Forse non ha ancora immaginato che in quei video potrebbe esserci suo fratello, sua sorella, suo figlio.
Non credo che qui ci sia in discussione la libertà di informazione, il diritto di cronaca. Qui parliamo del confine tra testimonianza, oculare, e pornografia del dolore.
Colpa nostro penso. E non da poco. Alleviamo una generazione che, difronte alla morte reale, non si ferma, non reagisce più come essere umano, ma agisce come un operatore di contenuti. Prima si filma. Poi, forse, si aiuta. Se resta tempo. Ma non credo ne resterà. Bisogna correre a pubblicare la storia.
Crans-Montana non è solo una tragedia causata da fiamme, materiali infiammabili o uscite insufficienti. È anche o forse soprattutto il risultato di una cultura che ha normalizzato l’idea che tutto può essere ripreso, anche l’ultimo respiro di chi ti sta accanto.
E in ultimo forse la domanda più inquietante non è “perché è successo?” Ma in quanti, oggi, saprebbero ancora mettere giù lo smartphone?
Giulio Valerio Santini

