Il processo alle matrone romane del 331 a.C.
Veleno e Sospetto
Sulla storia dell’antica Roma ci sono tantissime testimonianze orali e scritte, ma la vicenda che mi appresto a raccontare è, a mio parere, fra le più sorprendenti e meno conosciute e il mio primo pensiero è stato, che si sia trattata di una “caccia alle streghe” ante litteram.
Difficile stabilire con certezza se si tratti di mito o cronaca reale, certamente ci sono riferimenti a personaggi storici molto conosciuti e anche una certa documentazione ne fa riferimento, quindi possiamo ragionevolmente sostenere, che questa storia si collochi fra mito e realtà.
Roma nel 331 a.C.: una città febbricitante
Roma non è ancora l’impero che dominerà il mondo, ma una repubblica giovane, ambiziosa. È il 331 a.C. le strade sono polverose, i templi affollati di suppliche, ma gli Dei non rispondono e il popolo è in preda alla paura. Una pestilenza misteriosa sta falcidiando i cittadini, ma il fatto più incredibile è che sta colpendo soprattutto gli uomini, molti dei quali di alto rango. Le cause sono ignote e i rimedi inefficaci.
Un’epidemia o un crimine?
Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) racconta che quell’anno fu segnato da una “pestilentia”,
un’epidemia che colpiva soprattutto gli uomini. Ma il sospetto che non si trattasse di una semplice malattia iniziò a serpeggiare quando una serva, interrogata da Quinto Fabio Massimo, rivelò un segreto inquietante: alcune nobili donne stavano preparando pozioni letali, spacciandole per rimedi curativi.
In cambio dell’impunità, la serva fece i nomi e indicò dove le matrone si riunivano per mescolare i loro filtri.
(per motivi di data, il Quinto Fabio Massimo citato da Livio non può essere il celebre “Cunctator”, 275 a.C. circa – 203 a.C., ma probabilmente un omonimo appartenente alla gens Fabia, forse un antenato. Livio menziona un aedilis curulis di nome Quinto Fabio Massimo, ma non specifica ulteriori dettagli biografici)
Il processo: fra giustizia e spettacolo
Il foro si trasforma in un teatro, la folla urla e chiede giustizia, si sta per mettere in scena un dramma.
Ventidue matrone vengono convocate, accusate di aver avvelenato i propri mariti e altri uomini influenti. Le prove? Ampolle contenenti liquidi sospetti, trovate nelle stanze delle donne, ma soprattutto le testimonianze di schiave. La città è in preda al panico. I moventi non sono molti, si concentrano soprattutto sull’adulterio o il volersi liberare di un marito scomodo.
Due donne fra le accusate, Cornelia e Servia, si ergono difesa della propria innocenza e a loro discolpa, si offrono di bere il contenuto delle ampolle che, a loro dire, erano sostanze medicinali preparate per combattere l’epidemia di peste che flagellava Roma in quegli anni. Lo Fanno. E fra atroci dolori e le grida del popolo, muoiono.
Questo gesto, tanto tragico quanto teatrale, segna il punto di non ritorno. La morte della due matrone viene interpretata come prova schiacciante della colpevolezza. Ma è davvero così?
Il dubbio razionale
Le pozioni potevano essere rimedi mal dosati, non veleni intenzionali. L’ignoranza medica dell’epoca rendeva difficile distinguere tra cura e tossicità e il gesto di Cornelia e Servia potrebbe indicare buona fede e non dolo.
Ma la città non cerca risposte, solo colpevoli. Altre schiave cominciano a denunciare le proprie padrone e così, oltre 170 donne vengono condannate a morte. Il processo si trasforma in purga sociale, un’esecuzione collettiva mascherata da giustizia.
La nascita della Quaestio de veneficiis
Per gestire l’ondata di accuse, Roma istituisce una commissione straordinaria: la quaestio de veneficiis.
È il primo esempio di “tribunale speciale” nella storia romana, dedicato esclusivamente ai casi di avvelenamento. Non è ancora un organo permanente, ma segna l’inizio di una giustizia più strutturata.
Il veneficio diventa un crimine temuto, associato spesso alle donne e alla sfera domestica.
La paura del veleno si insinua nella cultura romana, alimentando sospetti e controlli.
Le donne custodi del sapere erboristico diventano anche potenziali minacce.
Catone (234 a.C. circa – 149 a.C.) ebbe a dire “non c’è adultera che non sia anche avvelenatrice”
Interpretazioni moderne: tra misoginia e mito
Gli storici contemporanei si interrogano: fu davvero un complotto? O una reazione isterica a una crisi sanitaria?
Possibili letture:
Misoginia latente: le donne in un momento di crisi, diventano bersaglio ideale.
Capro espiatorio: l’epidemia richiede una spiegazione e il veneficio offre una narrativa semplice.
Controllo sociale: il processo serve a riaffermare l’autorità maschile e politica.
Conclusione: cosa ci racconta oggi questa storia
Nel cuore di Roma, tra pietre antiche e memorie scolpite, il processo alle matrone ci ricorda quanto sia fragile il confine tra verità e sospetto. In un mondo dove la conoscenza era limitata e la paura dilagava, bastava un’ampolla per condannare (una fialetta che terrorizzò il mondo, ci dovrebbe ricordare qualcosa).
E forse ancora oggi, ci interroghiamo su quanto le nostre paure influenzino la giustizia e la voglia di trovare rapidamente un colpevole. A volte chi dovrebbe scoprire la verità si innamora di tesi, anche se poco sostenibili.
I processi fatti sui giornali o nei talk show, anziché nelle aule dei tribunali, sono diventati una consuetudine e la ricerca del mostro è sempre di moda.
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