Anonimato online e antiriciclaggio. Nell’era digitale, la questione dell’identità assume una nuova forma. Da un lato, la normativa antiriciclaggio impone trasparenza, tracciabilità e riconoscimento del titolare effettivo. Dall’altro, il mondo digitale offre strumenti per proteggere la privacy, talvolta fino all’anonimato. È un confronto che non è solo tecnico, ma culturale.
Ne parliamo con l’avvocato Matteo Remonato, esperto in compliance antiriciclaggio:
Avvocato Remonato, esiste un diritto all’anonimato online?
Sì, esiste un diritto alla privacy e alla riservatezza nelle comunicazioni e nella vita digitale, tutelato dalla Costituzione e dal GDPR. Tuttavia, non esiste un diritto assoluto all’anonimato quando si effettuano transazioni economiche. Quando un’operazione ha rilievo finanziario, la legge può richiedere l’identificazione del soggetto per proteggere la collettività da abusi. La tensione è quindi tra libertà individuale e sicurezza economica.
Qual è il limite giuridico?
Il limite è la finalità dell’operazione. La normativa antiriciclaggio non pretende di controllare la vita privata delle persone. Interviene solo dove ci sono movimenti di denaro, trasferimenti di beni o operazioni che possono essere utilizzate per riciclare o finanziare attività illegali. Il principio è semplice: anonimato sì nelle idee, nelle opinioni, nella sfera personale. Trasparenza quando il denaro entra nel circuito economico.
Passiamo al piano tecnologico. Quali strumenti consentono oggi l’anonimato?
Oggi chi vuole anonimizzare la propria identità online dispone di molti mezzi. VPN che cifrano la connessione, reti come Tor che nascondono l’origine del traffico, sistemi di autenticazione decentralizzata, wallet cripto che non richiedono identità verificata, tecniche di offuscamento come i mixer. La tecnologia offre strumenti potenti. La domanda non è se esistono. La domanda è come vengono usati.
Significa che anonimato e riciclaggio online coincidono?
No. Molte persone cercano anonimato per proteggere la propria privacy, non per delinquere. Ma è vero che gli stessi strumenti possono essere utilizzati anche per rendere opachi i flussi finanziari. Per questo la normativa internazionale sta introducendo la cosiddetta Travel Rule sulle criptovalute, che richiede di identificare mittente e destinatario anche nei trasferimenti di asset digitali. Non per impedire l’anonimato in sé, ma per impedire l’anonimato nelle transazioni economiche ad alto rischio.
Veniamo alla prospettiva culturale. Il tema dell’anonimato online tocca la libertà individuale?
Assolutamente sì. Il dibattito non è nuovo. Come ribadito in una precedente intervista Milton Friedman già negli anni Settanta ipotizzava che il denaro potesse essere uno strumento privato, sottratto al monopolio statale. Hayek immaginava valute concorrenti, generate dal mercato e non dalle banche centrali. Le criptovalute realizzano, almeno in parte, quella visione di libertà. Il problema è che libertà non significa assenza di responsabilità. Una società libera è una società che sa distinguere tra ciò che tutela la persona e ciò che mette in pericolo la collettività. Questo è l’equilibrio difficile.
In pratica, come può un professionista orientarsi tra diritto all’anonimato e obblighi antiriciclaggio?
Con due domande semplici. La prima: sto trattando un’operazione economica rilevante? Se sì, serve trasparenza. La seconda: ciò che il cliente mi sta chiedendo è coerente con la sua identità dichiarata? Se la risposta non è chiara, bisogna approfondire. Il diritto all’anonimato non è un alibi per sfuggire alle responsabilità. È uno spazio di libertà che va gestito con consapevolezza.
In conclusione?
Anonimato e antiriciclaggio non sono nemici. Sono due valori da armonizzare. L’obiettivo non è controllare le persone. È impedire che l’anonimato venga usato per rendere invisibile ciò che danneggia la collettività. La libertà vive quando riesce a convivere con la sicurezza.
Giulio Valerio Santini.
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