In questi giorni, più che in altri, alcuni politici hanno sfoderato i loro affilati coltelli dell’ipocrisia e dello strabismo narrativo. Qualcuno per distrarre ciò che resta del proprio elettorato da squallide vicende di corruzione che hanno inzaccherato famiglia e un bel pezzo di partito; altri per regolare i conti e presidiare internamente un tema agitato da una nuova ala della destra italiana in cerca di solida base.
Ecco quindi bugie e sapienti narrazioni parziali, ben sperimentate nel caso di San Ranucci. Forse santo è ancora presto suvvia , solo Beato.
La Spagna regolarizza mezzo milione di immigrati, ma quando la frontiera è travolta schiera esercito e polizia e procede ai rimpatri. L’Italia promette da anni di fermare gli sbarchi, ma scopre quanto sia difficile farlo. Nel mezzo c’è un’Europa che condivide le conseguenze delle migrazioni lasciando ancora agli Stati molte delle decisioni. Qualcosa non torna.
Per anni il dibattito europeo sull’immigrazione è stato raccontato attraverso una rappresentazione quasi infantile. Da una parte gli umanitari. Dall’altra i cattivi, i fascisti squadristi pronti a ricostituire il III Reich e internare chicchessia.
Da una parte gli eroi che accolgono. Dall’altra chi vuole difendere i confini.
Poi arriva Ceuta e, come spesso accade, la realtà rovina una bella rappresentazione ideologica. La realtà è ben diversa.
La Spagna del bel Pedro (Sánchez) ha scelto una politica migratoria decisamente più inclusiva rispetto a quella sostenuta da molti governi conservatori europei e da alcuni socialdemocratici. Madrid ha promosso una grande regolarizzazione straordinaria degli immigrati già presenti nel Paese.
Scelta legittima, naturalmente. In teoria se la Spagna non fosse in pezzo importante dell’Unione europea
Peraltro quando una pressione migratoria eccezionale si è materializzata davanti alla frontiera di Ceuta, il governo progressista spagnolo non ha risposto distribuendo fiori. Ha rafforzato la frontiera, schierato le forze di sicurezza e persino unità militari e ha lavorato con il Marocco per riportare indietro la grande maggioranza delle persone entrate.
Ed è assolutamente comprensibile perché uno Stato deve controllare le proprie frontiere. Ci mancherebbe.
Quando la sinistra scopre che esistono i confini
Il problema politico nasce proprio qui. Se controllare una frontiera è legittimo quando lo fa Pedro Sánchez, perché lo stesso principio dovrebbe diventare moralmente sospetto quando viene sostenuto da Giorgia Meloni? Come il principio “non poteva non sapere” agitato come una clava dalla magistratura italiana con grande soddisfazione dei garantisti di certa sinistra. Lo stesso principio che ovviamente non si è applicato al ‘(ex) amico Soumahoro e a una sfilza di amici o compagni che dir si voglia. Transeat diceva mio nonno.
Se rimpatriare chi non possiede il diritto di rimanere è necessario a Ceuta, perché parlare di rimpatri in Italia dovrebbe automaticamente collocare qualcuno tra gli insensibili?
Ceuta costringe una certa cultura progressista ad affrontare una realtà che per troppo tempo ha preferito semplificare. Accoglienza e controllo delle frontiere non sono necessariamente concetti alternativi. Uno Stato democratico può e deve proteggere chi fugge da guerre e persecuzioni, creare ingressi legali, integrare chi vive e lavora regolarmente e civilmente sul proprio territorio.
Ma deve anche sapere chi entra, d deve poter dire di no a chi non possiede i requisiti per restare. Non è xenofobia è governo avendo come obiettivo il bene del proprio Paese e non quello di camarille ideologiche. Non diciamo per il sistema delle cooperative di gestione dell’immigrazione che miliardi
Ma quando governa, anche la destra scopre la realtà
Sarebbe però troppo comodo utilizzare Ceuta soltanto per mettere sotto accusa la sinistra. Perché anche la destra italiana ha qualche spiegazione da fornire. Per anni ha raccontato agli italiani che l’immigrazione irregolare fosse principalmente un problema di volontà politica.
Bloccheremo gli sbarchi, difenderemo i confini li rimanderemo a casa.
Poi è arrivata al governo e ha scoperto il Mediterraneo. Migliaia di chilometri di coste, rotte di immigrazione gestite da potenti organizzazioni criminali internazionali e Stati prospicente pronti a sfruttare qualsiasi occasione per lucrare.
Ha scoperto che una frontiera marittima non possiede una sbarra da abbassare. Che rimpatriare qualcuno significa trovare uno Stato disposto a riprenderselo. Che esistono accordi internazionali, procedure di asilo, tribunali, Paesi di origine, Paesi di transito e organizzazioni criminali.
E soprattutto ha scoperto che l’immigrazione non possiede un interruttore ON/OFF. La sintesi potrebbe essere persino brutale.
La sinistra scopre le frontiere quando deve governarle. La destra scopre la complessità dell’immigrazione quando deve fermarla.
Ma una decisione spagnola è soltanto spagnola?
C’è poi un problema ancora più grande, del quale si discute troppo poco. L’Europa. La Spagna può decidere di regolarizzare centinaia di migliaia di persone presenti irregolarmente sul proprio territorio.
Attenzione però a non raccontare sciocchezze. Non stiamo vendendo un formaggino alla televisione. Un immigrato che ottiene un permesso di soggiorno spagnolo non acquisisce automaticamente il diritto di trasferirsi stabilmente e lavorare domani in Italia, Francia o Germania.
Questo è vero ma la storia non finisce qui furbetti belli.
Viviamo nello spazio europeo di libera circolazione e le nostre economie e società sono profondamente interconnesse. Inoltre, dopo cinque anni di soggiorno legale e continuativo, ricorrendone le condizioni, un cittadino extraeuropeo può ottenere lo status di soggiornante UE di lungo periodo. La normativa europea prevede per queste persone possibilità di trasferimento in un secondo Stato membro, anche se sottoposte a precise condizioni e autorizzazioni.
La domanda quindi è inevitabile.
Può una decisione nazionale (Spagna) mezzo milione di persone essere considerata esclusivamente nazionale quando le sue conseguenze di lungo periodo possono assumere una dimensione europea? Mezzo milione forse destinato a divenire un milione!
Badate, sorpresa e sorpresa. La Meloni ha aumentato di moltissimo le regolarizzazioni attraverso il decreto flussi. Parliamo di due decine di punti percentuali della immigrazione clandestina in Italia. Forse per accontentare e blandire potenti associazione d’imprese che prima pensano agli interessi degli associati e poi infine…Ancora al loro profitto. Le spese di natura economica e non solo distribuite invece sulla collettività. Loro non vivono in periferie dove gli anziani non escono più per paura di immigrati violenti e pericolosi. I loro quartieri (fortini) sono blindati, sorvegliati sicuri.
Decisioni nazionali, conseguenze europee
Qui emerge forse la contraddizione più interessante dell’intera politica migratoria europea. Quando migliaia di persone arrivano sulle coste italiane, Roma chiede che l’immigrazione venga considerata un problema europeo. Giustamente.
Quando aumenta la pressione sulle Canarie o su Ceuta, Madrid chiede solidarietà europea.
Altrettanto giustamente.
Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, applicabile dal giugno 2026, ha addirittura introdotto un meccanismo permanente e obbligatorio di solidarietà per aiutare gli Stati sottoposti a pressione migratoria. Benissimo. Ma allora dovrebbe valere anche il principio inverso.
Se vogliamo condividere le conseguenze, dobbiamo almeno discutere insieme le grandi decisioni che possono produrle.
Non significa ovviamente che Bruxelles debba decidere ogni permesso di soggiorno. Significa semplicemente riconoscere che nell’Europa di Schengen una grande politica migratoria nazionale può avere conseguenze che non terminano alla frontiera dello Stato che l’ha decisa.
Altrimenti costruiamo un sistema piuttosto curioso. Sovranità nazionale quando si decide, solidarietà europea quando bisogna gestirne le conseguenze.
E allora a cosa serve l’Europa?
Questa è la domanda che Ceuta dovrebbe finalmente costringerci a porre. Non possiamo avere contemporaneamente frontiere interne sempre più permeabili, politiche migratorie profondamente differenti e responsabilità che diventano europee soltanto quando uno Stato non riesce più a sostenerle. Non si risolve la questione con qualche miliardo e un grazie arrivederci.
E soprattutto dovremmo smettere con le favole. La favola progressista secondo cui parlare di frontiere significa essere nemici dell’umanità. E quella conservatrice secondo cui basterebbe un governo sufficientemente determinato per fermare l’immigrazione irregolare.
Servono frontiere controllate e ingressi legali. Protezione per chi ne ha diritto e rimpatri effettivi per chi non ne ha. Accordi con i Paesi di origine e di transito. Integrazione di chi rimane. Contrasto ai trafficanti. E una politica europea capace finalmente di chiamarsi tale. Arrivo anche a dire politiche rigorose con i Paese di partenza. Basta ricatti. Non collabori, Basta aiuti, di qualsivoglia natura esistano.
Sono comunque convinto che la vicenda Ceuta ci lasci soprattutto una lezione, potente.
Quando l’immigrazione smette di essere uno slogan e arriva fisicamente davanti a una frontiera, le ideologie finiscono e comincia il governo.
Ed è precisamente lì che dovremmo giudicare tanto Pedro Sánchez quanto Giorgia Meloni.
Non per quello che raccontano. Per quello che riescono davvero a fare. Anche per i danni che causano purtroppo.
Giulio Valerio Santini
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