Dopo un periodo transitorio di due anni, è in vigore dal 12 giugno il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo nell’Unione europea. Si tratta di un insieme di norme per la gestione della migrazione e per l’istituzione di un sistema comune di asilo a livello comunitario. Da un lato, le regole sono state concepite per gestire il fenomeno nel lungo termine; dall’altro, offrono ai Paesi dell’UE la flessibilità necessaria per affrontare le sfide specifiche cui devono far fronte. L’attuazione si articola in dieci atti legislativi interconnessi e ha richiesto agli Stati membri di adeguare le rispettive legislazioni nazionali. Tra le misure introdotte per rendere operativo il quadro del patto si distinguono: l’adozione di norme sui Paesi terzi sicuri, volte ad allentare la pressione sui sistemi nazionali di asilo e a ridurre gli incentivi alla migrazione irregolare; il primo elenco a livello UE di Paesi di origine sicuri, per trattare in modo più rapido le domande di asilo potenzialmente infondate;la proposta di un nuovo sistema europeo comune per i rimpatri. In particolare, il nuovo elenco UE dei Paesi di origine sicuri consentirà di accelerare l’esame delle domande presentate da cittadini di Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. In base alle nuove norme, spetterà al singolo richiedente dimostrare che tale presunzione non dovrebbe applicarsi al suo caso, a causa di un fondato timore di persecuzione o del rischio di subire gravi danni in caso di rimpatrio. Gli Stati membri potranno inoltre invocare la definizione di Paese terzo sicuro anche nei confronti di richiedenti asilo che non siano cittadini di quel determinato Paese, dichiarando così la loro domanda di protezione inammissibile a livello UE. Secondo diversi studi indipendenti, alcune delle riforme risultano motivate principalmente da agende politiche e dalle pressioni di alcuni Stati membri, piuttosto che da una valutazione oggettiva dell’ “emergenza migratoria”. Di conseguenza, il concetto di “efficacia” si traduce, nei fatti, in un aumento dei rimpatri forzati. Più precisamente, la detenzione de facto alla frontiera prevista dal regolamento sulla procedura di rimpatrio non contempla deroghe per le famiglie con bambini, di qualsiasi età. Molti richiedenti asilo rimarranno inoltre bloccati nelle procedure di frontiera e, grazie alla finzione giuridica del “non ingresso”, risulteranno formalmente non presenti sul territorio dell’UE. Perfino i minori non accompagnati potrebbero essere trattenuti qualora fossero considerati una “minaccia per la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico”. Le norme sui Paesi terzi sicuri prevedono procedure accelerate per le domande di asilo, anziché un esame completo ed equo. Pertanto, con l’ampliamento di tale concetto crescerà il numero di richieste ritenute “inammissibili” e di deportazioni verso Paesi extracomunitari sulla base di vaghi “legami”, aumentando il rischio di refoulement. Il 4 giugno, al termine del Consiglio Affari interni di Lussemburgo dedicato al capitolo immigrazione, il commissario UE per l’Immigrazione Magnus Brunner ha annunciato che dopo l’estate verrà conferito un nuovo mandato a Frontex per incrementare il sostegno agli Stati membri, affinché le misure di rimpatrio si traducano in rimpatri effettivi. Al momento, la linea della Commissione è lavorare con partner esterni, come la Turchia, per ampliare la rete di Paesi terzi e collaborare con loro non solo sulla migrazione, ma anche su politica commerciale e assistenza allo sviluppo. Secondo Brunner, spetterà agli Stati fare la propria parte per rimpatriare i migranti irregolari. Per quanto riguarda gli hub nei Paesi terzi, la Commissione ha creato la base giuridica necessaria e ora lascia agli Stati membri la competenza di negoziarne l’istituzione. L’entrata in vigore del Patto sarà celebrata il 12 giugno a Nicosia, in occasione di una riunione ministeriale informale.




