Quando il linguaggio cambia la percezione della realtà. Belfast doppio standard mediatico.
Volevo rimanere in silenzio, far finta di nulla. Mia moglie non è d’accordo. Lei non ne può più. Si arrabbia (si dice adira?), si infervora e alle volte urla il suo disappunto alla televisione. Lamenta una censura vergognosa da parte dei quotidiani di carta e televisivi. È convinta che mostrino sempre una realtà edulcorata, in qualche modo riscritta per paura forse di non compiacere a sufficienza al potere che credono riprenderà le redini del Paese. Mia moglie è infatti convinta che i social raccontino una realtà ben diversa da quella proposta dei media fatta di quotidiani soprusi ai danni degli italiani. Mia moglie ha ragione.
Nei giorni scorsi Belfast è tornata al centro delle cronache internazionali non per vicende di fiscalità internazionale causa una violenta aggressione che ha lasciato un uomo gravemente ferito. Secondo quanto riportato dalle autorità, la vittima ha perso un occhio e ha riportato lesioni devastanti al volto e al collo. Le accuse formulate dagli investigatori parlano di reati gravissimi.
Tornando a mia moglie e alla sua tesi rilevo che, leggendo molte cronache dei principali media italiani ed europei, ci si imbatta spesso in definizioni relativamente neutre: “aggressione”, “accoltellamento”, “episodio di violenza”.
Voi forse avete visto la scena. Un uomo tiene immobilizzato a terra un altro uomo che si dimena disperato. Alza il coltello che impugna affinché si veda bene, un gesto evocativo pieno di significato, l’anticipazione di ciò che sta per compiere. E infatti subito procede, forse è già esperto. Dopo aver colpito (aver cavato un occhio), affonda il coltello nel collo dell’uomo e comincia a tagliare. A scannare. Cerca di tagliare la testa, forse per poi mostrare il suo trofeo. Forse per dire “Io l’ho fatto, potete farlo anche voi…”. L’uomo è un “rifugiato” sudanese.
Successivamente sono scoppiati disordini, scontri violenti con la polizia, incendi e atti vandalici. In questo caso il linguaggio utilizzato è cambiato radicalmente, è apparso immediatamente più duro: “teppisti”, “criminali”, “violenza vergognosa e inaccettabile”, “thuggery”, secondo la terminologia utilizzata anche dal Primo Ministro britannico Keir Starmer. Il quale aggiunge che adotteranno il pugno duro. Finalmente direte voi. Non avete capito cari lettori, non con gli immigrati clandestini e i loro criminali di prima, seconda terza generazione, contro gli irlandesi…
La domanda che molti cittadini si pongono non riguarda la legittimità delle condanne verso chi incendia case o aggredisce persone innocenti. Su questo esistono pochi dubbi. La vera questione è un’altra: perché la severità del linguaggio sembra cambiare a seconda di chi compie l’atto e non soltanto in base alla gravità del fatto?
Le parole non sono mai neutrali, mai!
Chi lavora nell’informazione sa bene che non esistono parole innocenti. Magari manipola ma sa bene qual è la differenza tra una parola e l’altra.
Definire un episodio come “lite”, “aggressione”, “tentato omicidio” o invece “tentativo di decapitazione” non produce lo stesso effetto nel lettore. La scelta lessicale orienta inevitabilmente la percezione della realtà. Volete dire che cercare di tagliare la testa a una persona sia come sferrare uno schiaffo? Sempre aggressione è. Chi lo fa, lo fa scientemente, usa le parole politicamente non per descrivere i fatti.
Quando un uomo perde un occhio e rischia di essere ucciso, molti cittadini si aspettano che la descrizione giornalistica restituisca integralmente la gravità dell’accaduto.
Allo stesso modo, quando gruppi di persone incendiano abitazioni, attaccano la polizia o prendono di mira interi quartieri, è corretto descrivere quei comportamenti come criminali.
Il problema nasce quando il linguaggio appare sbilanciato. Purtroppo ci stiamo abituando anche in Italia e più ci avvicineremo alle elezioni più le violenze, i soprusi, gli stupri scompariranno dai media italiani. Vedrete. Già oggi scrivere L’Italia agli italiani è costata una sospensione a degli studenti. Pensate cosa sta capitando a questa nazione.
Il rischio della doppia misura
Negli ultimi anni è cresciuta la percezione di una sorta di “doppio standard” mediatico.
Molti osservatori ritengono che alcuni reati vengano raccontati con estrema cautela quando coinvolgono immigrati, richiedenti asilo o minoranze, mentre le reazioni successive vengano descritte con toni immediatamente più severi e moralmente giudicanti. Vengono invocate pene severe ed esemplari.
Che questa percezione sia sempre fondata oppure no è materia di dibattito.
Tuttavia ignorarla sarebbe un errore, un grave errore. Lo dico a chi, ero molto giovane, ha consentito che questo Paese sprofondasse negli anni di piombo. Non fate lo stesso errore, state attenti a invocare la rivolta sociale, Perché poi arriva magari non come pensate voi.
La fiducia nei media non si indebolisce soltanto quando vengono pubblicate notizie false. Si indebolisce anche quando i cittadini iniziano a credere che le stesse regole non siano applicate a tutti nello stesso modo.
La verità prima delle narrazioni
Un giornalismo serio non dovrebbe minimizzare un’aggressione per paura delle conseguenze politiche della notizia. Non dovrebbe neppure giustificare o romanticizzare rivolte, vendette collettive e violenze di piazza.
La funzione dell’informazione non è proteggere una narrazione ideologica, qualunque essa sia. E’ descrivere i fatti con precisione, proporzione e onestà.
Se un uomo viene quasi ucciso, bisogna raccontarlo per quello che è, se qualcuno reagisce incendiando case o aggredendo innocenti, bisogna raccontare anche quello per quello che è. Senza sconti e attenuanti linguistiche o culturali, senza categorie privilegiate.
Perché quando le parole smettono di descrivere la realtà e iniziano a filtrarla, il rischio è che i cittadini smettano di fidarsi non solo dei giornali, ma delle istituzioni stesse. Meditate gente, meditate.
Giulio Valerio Santini
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