A circa due anni dalle elezioni politiche nazionali, il quesito referendario in materia di giustizia è un’occasione per delle “prove di coalizione”.
Il referendum dimostra al centrosinistra che può farcela, stare assieme non è impossibile, in particolar modo se si ha un nemico comune, i valori condivisi vengono da sé, forse … l’importante è indebolire il governo. E quindi benvenuto campo largo.
Il centrodestra, invece, è sì compatto sulla risposta referendaria, “sì”, ma ogni componente della coalizione viaggia a modo suo.
Come gioca il centro dx
La Lega sta giocando da free rider all’interno della coalizione: beneficia dello sforzo di campagna di FdI e dei comitati civici senza investire proporzionalmente, sapendo che il costo di una sconfitta ricadrebbe principalmente su Meloni e Nordio. È razionale nel breve periodo, ma contribuisce a quel deficit di coordinazione che sta erodendo il vantaggio del “sì”.
FdI è in un dilemma tra depoliticizzazione (che massimizzerebbe il “sì” tra gli indecisi) e personalizzazione (che mobilita la base ma trasforma il referendum in un voto su Meloni).
FI gioca la strategia dominante più chiara, investire massicciamente su un tema identitario del proprio partito, e probabilmente è l’attore che ha meno da perdere e più da guadagnare.
Come gioca il centro sx
L’unione del campo largo politicizza un referendum che l’area di governo sperava rimanesse tecnico. Il 10 gennaio Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli hanno lanciato insieme a Landini la campagna del “no”, partecipando all’iniziativa del Comitato “Società civile per il No”.
Il centrosinistra sta giocando in modo razionalmente molto più efficace del centrodestra, e per una ragione precisa: è il giocatore che ha meno da perdere. Per il centrodestra una sconfitta al referendum sarebbe la prima vera battuta d’arresto di Meloni. Per il centrosinistra una vittoria del “no” sarebbe un trampolino verso il 2027.
La strategia vincente
Il vero colpo strategico, però, è aver costruito una coalizione multilivello: partiti, sindacato, società civile, magistratura. Ciascun attore parla a un segmento diverso con un linguaggio diverso, Schlein alla base progressista, Conte agli antipolitici, Landini ai lavoratori, l’ANM al mondo giuridico, ma tutti convergono sullo stesso voto. È un gioco di coordinazione che, al momento, viste le tendenze, funziona meglio di quello del “sì”.
Il fattore decisivo sarà l’affluenza, infatti, non essendoci il quorum, ogni voto conta, e la strategia di stare a casa non paga. Ogni schieramento ha interesse a mobilitare la propria parte e ad accaparrarsi gli indecisi.
Affluenza critica
A 40 giorni dal voto c’è una soglia calcolata da YouTrend, attorno al 58% di affluenza, superata la quale il “sì” supererebbe il “no”. Viene da chiedersi provocatoriamente quale sia l’alternativa più rappresentativa, e quindi più democratica … a dispetto di prese di posizioni velleitarie e ideologiche che mettono in discussione la democraticità della riforma.
Un’altra tendenza, indipendente dal merito, è palese: in questo Paese, le riforme costituzionali sottoposte a referendum negli ultimi vent’anni, eccezion fatta per quelle di matrice populista (vedasi la diminuzione del numero dei parlamentari), sono state bocciate (per info chiedere a Berlusconi e a Renzi – 2006 e 2016).
Storia di un Paese che si racconta di voler cambiare, ma non sa come.

