Mentre il conflitto s’estende all’Iran, l’ultimo allarme che viene da Gaza è il rischio colera. Quasi sessantamila morti, 160mila feriti, due milioni di sfollati. L’assedio continua con un nuovo stop agli aiuti umanitari che l’Egitto sta cercando di introdurre nella Striscia e Israele intima di fermare.
Il massacro in Palestina va avanti sotto gli occhi del mondo e di un Occidente che vede le piazze riempirsi di manifestanti propal, ma i governi fermi e zitti, cauti piuttosto che orientati verso posizioni nette. Ché, oltre il rischio di venire tacciati di antisemitismo, uno spauracchio che Tel Aviv agita in casa e fuori, il vero pericolo è prendere posizione contro il Potere, quello con la P maiuscola.
Il che colloca il mondo civile e moderato, il mondo che si ritiene dalla parte giusta della Storia e che della Storia è padrone, in una corte di ipocriti fiancheggiatori di uno sterminio.
“Un giorno diremo di essere stati contro”, scrive nel suo romanzo Omar Al
Akkad, esaminando quella capacità autoassolutoria di certe società come la
nostra. Eppure resterà la traccia, vivida, chiazzata di sangue di migliaia di bambini uccisi con la scusa della lotta al terrorismo, della nostra scelta di non intervenire e neanche condannare, pubblicamente, l’assedio di Gaza. E chiamare per nome, perché un nome ce l’ha, il genocidio che gli israeliani stanno commettendo nella Striscia.
Siamo liberi, ma non abbastanza se non siamo coraggiosi tanto da dire come stanno le cose, e chiudere le porte a un governo che sta annientando un popolo intero.
Il genocidio di Gaza è una delle più grandi tragedie umanitarie del nostro tempo. Mentre la comunità internazionale sembra essere paralizzata dall’indifferenza, le vite di migliaia di persone vengono strappate via dalla brutalità e dalla violenza.
La storia si ripete, eppure sembra che il mondo abbia dimenticato le lezioni del passato. L’indifferenza e la mancanza di azione di fronte alle atrocità commesse a Gaza sono un esempio lampante di come la politica e gli interessi economici possano prevalere sulla vita umana.
L’indifferenza del mondo rispetto al genocidio di Gaza è una colpa che ricade su tutti noi. Siamo testimoni delle sofferenze inflitte ai civili innocenti, delle case distrutte, delle famiglie separate e delle vite spezzate. Eppure, sembra che molti di noi abbiano scelto di voltare le spalle a questa tragedia.
La mancanza di copertura mediatica e l’assenza di una condanna ferma da parte della comunità internazionale hanno contribuito a creare un clima di impunità.
Se per altri conflitti si è agito in maniera netta, si pensi alle sanzioni economiche inflitte alla Russia, ma anche alle misure individuali che hanno colpito singoli cittadini col congelamento dei beni, ad esempio, e addirittura atleti esclusi da competizioni olimpiche, nel caso della Palestina, non ci sono condanne unanimi ma iniziative dei singoli Stati e nessun intervento concreto a difesa della popolazione civile vittima del massacro.
Alla luce di tutto ciò, c’è ancora speranza per un futuro diverso? Le voci dei dissidenti, degli attivisti e delle organizzazioni umanitarie continuano a levarsi contro la violenza e l’ingiustizia. Le manifestazioni che ogni giorno infiammano le piazze sono una risposta concreta ma serve una risposta istituzionale per non passare alla storia, tutti, come codardi.
Possiamo ancora creare un mondo in cui la vita umana sia protetta, ovunque, in cui la giustizia e la compassione siano i principi guida delle nostre azioni? Possiamo farlo, ma dobbiamo rompere il silenzio e agire contro l’indifferenza. Studiare, conoscere, sapere e comprendere sono le esortazioni che vanno fatte ai nostri giovani, perché per trovare soluzioni a situazioni complesse bisogna conoscere. Non si può parteggiare senza conoscere storia e dinamica delle situazioni, le loro genesi. E la storia del conflitto israelo-palestinese non nasce oggi. Per capire da che parte stare bisogna studiare, sapere, comprendere. Solo se saremo a conoscenza delle cose potremo prendere delle posizioni e non allinearci a quelle di altri.
Hamas va sconfitta. Chiaramente. Il terrorismo va fermato.
Ma non con la legge del taglione.
Ma allo stesso modo dobbiamo capire e sapere che l’ideologia sionista è razzista, se vogliamo che i nostri figli vivano, dobbiamo volere che i figli della Palestina vivano.
Abbiamo il dovere di non lasciare che la logica dell’”occhio per occhio” abbia definitivamente il sopravvento.
Perché ciò ha già reso cieco il mondo, cieco
davanti ai cadaveri dei bambini, al fosforo bianco sulle case, alle armi vendute, ai silenzi delle diplomazie e ai veti per impedire la pace.
Dobbiamo pretendere il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, la fine dell’occupazione e dell’assedio di Gaza, il riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, sanzioni per chi viola il diritto internazionale e giustizia per le vittime, tutte, israeliane e palestinesi.
Siamo contro il colonialismo, l’ apartheid, contro il potere che calpesta dignità e diritti umani, non contro Israele o gli ebrei.
Siamo un popolo libero e con forza dobbiamo dire che oggi chi è neutrale sta dalla parte del carnefice. Il genocidio va fermato. Subito. Domani è già tardi e, domani, non dovremo trovare una scusa per dire siamo stati dalla parte giusta. Perché saremo stati veramente dalla parte giusta. Con gli ultimi, gli oppressi, gli aggrediti.

