I più attenti alle relazioni di noi europei con gli americani già da tempo avvertivano un qual certo “raffreddamento” della loro empatia nei nostri confronti. I tempi del generoso annuncio di JF Kennedy, (“Siamo tutti berlinesi”) pur se rinfrescati da un analogo “Siamo tutti newyorchesi” dopo l’11 settembre, apparivano ormai lontani.
Fu il carismatico Barack Obama, primo uomo di colore alla Casa Bianca, a rivelarci che le priorità geopolitiche di Washington erano cambiate, essendo cambiato il mondo, dopo la fine dell’URSS e, con essa, di una Guerra Fredda che aveva interessato prevalentemente il continente europeo anche se i conflitti reali che avevano coinvolto gli statunitensi si erano dipanati in Asia (Corea e Vietnam).
Obama – uomo nato alle Hawaii, nell’Oceano Pacifico – dimostrò che il suo maggior interesse per quest’ultimo rispetto all’Atlantico derivava non certo da motivazioni di carattere personale quanto dal mutamento di scenario derivante dall’impetuosa esplosione tecnologica (divampata negli USA e in Asia assai più che in Europa) e dalla conseguente globalizzazione dei mercati e delle informazioni in tempo reale.
Eventi che avevano favorito – insieme alla sua entrata nel WTO, a fine 2001 – l’espansione travolgente della Cina, proiettata a divenire il primo competitor degli Stati Uniti a livello planetario. Se a ciò si aggiungeva lo sviluppo imponente registrato dalle c.d. “tigri asiatiche”, da un lato, e, dall’altro, la costante crescita dell’India, destinata a divenire la nazione più popolosa al mondo fu quasi inevitabile per Washington certificare il cambiamento di scenario con un mutamento di strategia: dalla centralità dell’Atlantico e dell’Europa (e dunque della NATO) a quella del Pacifico e dell’Asia: Obama lo definì “Pivot to Asia”.
E immediatamente chiese agli europei e a tutti i membri della NATO un maggior contributo finanziario per i suoi costi, individuato nel 2% del PIL nazionale di ciascuno degli aderenti. La richiesta di Obama fu formulata con toni gentili e educati, senza l’indicazione di rigide deadlines. Era più che altro un avviso per il futuro prossimo. Ovviamente tutti fecero orecchie da mercante.
Lo stesso, o quasi, accadde con Trump, che reiterò la richiesta ma con un tono affatto gentile. Certamente la risposta silenziosa e negativa che ottenne favorì in lui la convinzione – che esprimerà anni dopo all’inizio del secondo mandato – che gli europei sono “scrocconi” che hanno sfruttato l’America per troppo tempo.
Joe Biden, vecchio kennediano di origini irlandesi, non se la sentì di affondare il colpo e si limitò a ribadire l’impegno – che ufficialmente era stato preso da tutti – del 2%, anche perché l’assalto russo all’Ucraina aveva nel frattempo rilanciato ai suoi occhi sia l’importanza dell’Europa sia la necessità di confermare l’alleanza fra le democrazie a fronte di un mondo nel quale regimi dittatoriali e autocratici sono in preoccupante crescita.
Tutto questo riepilogo solo per dire che la rottura violenta imposta da “Trump 2 – la vendetta” non è solo il frutto dell’esacerbato nazionalismo del movimento MAGA, né solo delle mire neo-imperiali del tycoon, ma affonda le radici nel nuovo contesto geopolitico che è venuto delineandosi in questo ultimo quarto di secolo.
E dunque, quand’anche il successore di Trump nello Studio Ovale, fosse un democratico o un repubblicano come Rubio (imperialista nel continente americano e invece molto più accomodante con gli europei, che invece sono detestati dall’altro candidato alla successione di Trump, il vicepresidente Vance, uno che l’Europa la detesta) è lecito prevedere che nulla sarà come prima.
È bene prenderne atto per tempo. Ne parleremo anche qui, nei prossimi mesi.

