Le criptovalute rappresentano una delle innovazioni più dirompenti degli ultimi decenni. Veloci, globali, decentralizzate. Ma proprio questi aspetti, se da un lato creano opportunità, dall’altro aprono scenari inediti per chi vuole occultare flussi di denaro. Ne parliamo con l’avvocato Matteo Remonato, esperto di normativa antiriciclaggio, la cui tesi di master internazionale ha approfondito il tema della regolamentazione dei pagamenti digitali e della loro integrazione nei sistemi di controllo finanziario.
Avvocato Remonato, perché le criptovalute sono considerate una nuova frontiera del rischio?
«Perché combinano tracciabilità tecnica e anonimato operativo.
La blockchain registra tutto, ma non dice automaticamente chi stia compiendo l’operazione. Chi utilizza strutture opache, exchange non regolamentati, wallet anonimi, mixer; può ottenere livelli di anonimizzazione molto elevati.
Questo non significa che le criptovalute siano “illegali”: sono uno strumento potente. E come tutti gli strumenti potenti, può essere usato tanto per innovare quanto per mascherare.»
Molti credono che il mondo crypto sia totalmente anonimo. È davvero così?
“No, ed è uno dei grandi equivoci.
La blockchain è un registro pubblico e immutabile: ogni transazione resta tracciata per sempre.
Il punto è che l’identità dell’utente è sostituita da un indirizzo.
Se quell’indirizzo non è collegato a una persona tramite adeguata verifica, si crea uno spazio di opacità.”
È a questo punto che entrano in gioco i VASP?
“Esatto. I VASP — Virtual Asset Service Providers — sono gli operatori che offrono servizi di scambio, custodia o trasferimento di criptovalute.
In Italia, per operare, devono essere iscritti al Registro OAM e rispettare gli obblighi antiriciclaggio, come una banca: adeguata verifica, segnalazioni di operazioni sospette, conservazione dei dati e cooperazione con le autorità
La crypto non è più “terra di nessuno”. O meglio: non lo è se la si attraversa nella parte regolata del sistema.”
E la DeFi, invece, dove non ci sono intermediari?
“La DeFi è la vera battaglia del futuro.
Lì non c’è un operatore centrale: tutto avviene tra wallet tramite smart contract.
E se non c’è un intermediario, non c’è nessuno a cui imporre l’adeguata verifica.
L’UE ha iniziato a intervenire con MiCA e con la Travel Rule, che introduce la tracciabilità obbligatoria anche nei trasferimenti crypto.
Ma siamo ancora in un cantiere aperto.”
Può farci un esempio concreto di riciclaggio in ambito crypto?
“Uno schema frequente:
- Si converte denaro illecito in crypto via exchange poco regolamentati.
- Si trasferisce tra wallet o si “mixa” per offuscare l’origine.
- Si riconverte in valuta fiat tramite un soggetto diverso o in un altro Paese.
È un modo per spezzare la catena e rendere difficile risalire alla fonte.”
E cosa può fare un professionista o un’impresa?
“Tre cose molto pratiche:
1. Usare solo VASP regolamentati e registrati OAM
2. Adottare strumenti di blockchain analytics per analisi on-chain
3. Formare chi gestisce i rapporti operativi
Il messaggio è chiaro: responsabilità e tecnologia devono crescere insieme.”
In conclusione, antiriciclaggio e criptovalute sono destinati a scontrarsi?
“Non necessariamente.
Il dibattito, in fondo, non è nuovo: già Milton Friedman immaginava una forma di moneta non controllata dallo Stato, più vicina alla libertà individuale che al monopolio pubblico.
La blockchain ha reso quella visione tecnicamente possibile.
Ora la sfida è trovare un equilibrio tra libertà e sicurezza:
trasparenza senza criminalità, innovazione senza anarchia.
Chi sa muoversi in questo equilibrio sarà avvantaggiato nel futuro del mercato.”
Grazie avvocato Remonato, alla prossima
Giulio Valerio Santini
Prossimo episodio: Schemi societari opachi e “falsi normali”: come si maschera il riciclaggio oggi.
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