Quando il controllo diventa prigione
Anoressia, bulimia e DCA: il silenzio dietro lo specchio
Non iniziano quasi mai dal cibo.
Seppur questi temi così attuali siano espressi spesso su libri di divulgazione medica, si può certamente dar una “lettura” meno istituzionale per poter comprendere al meglio l’amica o l’amico che ci sta vicino,nostro figlio, il compagno di vita o semplicemente leggere ed ascoltare senza alcun giudizio, ponendo la nostra attenzione su di un argomento che, in qualche modo, va a muovere i fili di questa società. Ieri come oggi, e forse, anche domani.
I disturbi del comportamento alimentare non nascono a tavola, ma molto prima: in uno sguardo che pesa, in un’emozione non detta, in un bisogno di controllo che diventa l’unico linguaggio possibile.
Anoressia, bulimia e, più in generale, i DCA sono tra le patologie psicologiche più complesse e meno comprese del nostro tempo. Spesso ridotte a una questione di “volontà” o di “immagine”, raccontano in realtà una storia più profonda: quella di un dolore che ha trovato nel corpo l’unico modo per farsi ascoltare.
Il tunnel: come ci si entra senza accorgersene
Non c’è quasi mai un inizio netto.
C’è piuttosto una progressione silenziosa: una dieta “per stare meglio”, il bisogno di sentirsi all’altezza, la paura di deludere. Poi il cibo smette di essere nutrimento e diventa misura del valore personale.
Per molte persone il disturbo alimentare è una risposta adattiva:
un tentativo, spesso disperato, di rimettere ordine in un mondo interno percepito come caotico. Controllare il peso, il corpo, le calorie dà l’illusione di controllare anche le emozioni.
E così il disturbo diventa rifugio.
Un rifugio che però, col tempo, si trasforma in prigione.

Anoressia e bulimia: due volti, la stessa ferita
Anoressia e bulimia vengono spesso contrapposte, ma psicologicamente parlano la stessa lingua.
L’anoressia è il silenzio estremo: la sottrazione, il vuoto, la sparizione graduale del corpo come se occupare spazio fosse una colpa.
La bulimia è il conflitto: il bisogno e la vergogna, il pieno e il vuoto che si inseguono, la punizione dopo il sollievo.
In entrambe, il cibo diventa un regolatore emotivo.
Non si mangia (o si mangia troppo) per fame, ma per calmare, anestetizzare, espellere emozioni che sembrano ingestibili.
Dietro il disturbo: non il corpo, ma l’identità
Chi soffre di DCA raramente odia il proprio corpo.
Più spesso, non sa come abitare se stesso.
Autostima fragile, perfezionismo, ipersensibilità al giudizio, difficoltà a riconoscere e nominare le emozioni: sono tratti ricorrenti, ma non regole fisse. Ogni storia è diversa, e ridurre tutto a uno stereotipo è uno dei motivi per cui queste malattie restano invisibili così a lungo.
Il disturbo alimentare, infatti, può sembrare un alleato:
“Se dimagrisco, valgo.”
“Se controllo, non soffro.”
Ma è un patto che chiede sempre di più, fino a togliere tutto.
Uscirne: cosa aiuta davvero
Guarire non significa semplicemente tornare a mangiare.
Significa imparare a sentire.
Il primo passo non è la forza di volontà, ma il riconoscimento: accettare che il disturbo è una risposta al dolore, non una colpa personale. Da lì, il lavoro è lungo e delicato.
La psicoterapia aiuta a dare parole a ciò che prima passava solo attraverso il corpo.
Il lavoro multidisciplinare – psicologico, medico, nutrizionale, è spesso fondamentale.
Ma soprattutto conta la relazione: qualcuno che resti, che non giudichi, che non riduca la persona al disturbo.
Perché il vero cambiamento avviene quando il controllo non serve più per sopravvivere.
Le parole che salvano (e quelle che feriscono)
“Basta mangiare.”
“Sei troppo intelligente per questo.”
“Ma non sembri anoressica.”
Frasi comuni, spesso dette in buona fede, che però rafforzano il silenzio. I DCA prosperano proprio dove manca ascolto autentico.
Chiedere aiuto non è un fallimento.
È, al contrario, uno degli atti più complessi e coraggiosi che esistano.
Una storia che non riguarda solo chi ne soffre
I disturbi alimentari non sono un problema individuale isolato. Parlano di una società che misura il valore in apparenza, performance e controllo. Parlano di corpi giudicati, di emozioni scomode, di fragilità che non trovano spazio.
Raccontarli in modo onesto è già una forma di prevenzione.
Perché se è vero che si entra nel tunnel in silenzio, è altrettanto vero che se ne esce solo quando qualcuno accende una luce.
Cristina Lombardo
Libri e autori che hanno raccontato i
DCA
Amelia Rosselli – il corpo come campo di battaglia
La poesia di Amelia Rosselli non parla esplicitamente di anoressia, ma il rapporto tormentato con il corpo, il controllo, la frammentazione dell’identità e l’autodisciplina estrema attraversano tutta la sua opera.
In testi come Variazioni belliche ( 1960/1961) il corpo diventa luogo di conflitto psichico, anticipando molti temi oggi centrali nei DCA.
Franz Kafka – il rifiuto come linguaggio
Nel racconto Un digiunatore(1922-1924) Kafka descrive un uomo che fa del digiuno la propria identità. Non è un testo clinico, ma è uno dei più potenti ritratti letterari dell’anoressia come forma estrema di comunicazione e bisogno di riconoscimento.
Il digiuno non è estetica: è esistenza.
Marya Hornbacher – Wasted (1997) Storia di un disturbo alimentare
Uno dei testi autobiografici più crudi e citati.
Hornbacher racconta anoressia e bulimia dall’interno, senza edulcorare la seduzione del disturbo né la sua distruttività. Un libro fondamentale per comprendere perché “voler guarire” non è mai così semplice.
Susie Orbach – Fat Is a Feminist Issue (1978)
Psicoanalista e scrittrice, Orbach è una delle prime voci a legare disturbi alimentari, identità femminile e pressione culturale.
Per lei il rapporto col cibo è sempre un rapporto con l’amore, il potere e il riconoscimento.
Hilde Bruch – La gabbia d’oro (2003)
Testo classico della psicologia dei DCA.
Bruch descrive l’anoressia come una lotta per l’autonomia e il controllo, più che come ossessione per la magrezza. Ancora oggi è una chiave di lettura attualissima.
Elena Ferrante – il corpo come luogo del disagio
Pur non parlando direttamente di DCA, nei suoi romanzi il corpo femminile è spesso vissuto come peso, vergogna, oggetto di giudizio.
Ne L’amica geniale (2011) e ne La frantumaglia (libro di saggistica scritto in vent’anni), il corpo diventa lo spazio in cui si depositano aspettative, rabbia e senso di inadeguatezza.
Margaret Atwood – controllo e disciplina
In opere come Il racconto dell’ancella (1985), il controllo del corpo femminile è centrale. Anche qui non si parla di disturbi alimentari, ma del terreno culturale che li rende possibili: il corpo come territorio da governare, sorvegliare, ridurre.
Autori italiani contemporanei
- Massimo Recalcati – nei suoi saggi (L’uomo senza inconscio, Ritratti del desiderio) parla spesso di anoressia come rifiuto dell’Altro e tentativo di autosufficienza assoluta.
- Umberta Telfener – lavora sul significato relazionale del sintomo.
- Giulia Blasi – affronta il tema del corpo e della pressione sociale in chiave critica e culturale.
“Il disturbo alimentare non è il problema, ma la soluzione che una persona ha trovato per sopravvivere.”
(Concetto presente in Bruch, Orbach e nella clinica contemporanea)
Un libro molto bello e contemporaneo che suggerisco più di tutti:
Una vita sottile (2018) di Chiara Gamberale a cui mi sono ispirata per il titolo di questo articolo.

