In occasione dell’inaugurazione della CLAG! FACTORY, la galleria d’arte di Carlo Lago, ho fatto due chiacchiere con l’artista genovese più innovativo del momento.
Il suo utilizzo dell’intelligenza artificiale ha fatto e farà discutere, come tutte le grandi innovazioni che rompono con la consuetudine e la tradizione.
Dopo avere esposto a Roma, Firenze, Venezia e Terni, CLAG! ha finalmente una casa, pronta ad accogliere curiosi ed appassionati.
Nasce prima CLAG! o l’intelligenza artificiale? Ma soprattutto, esisterebbe CLAG! senza intelligenza artificiale?
CLAG! è un’identità artistica che usa linguaggi moderni, ma non solo, riferendosi però ad identità e storie passate, presento un pantheon di icone anni 80 che rappresentano la mia infanzia travagliata.
CLAG! è già esisitito in assenza di AI, fino al 2001 ho vissuto una fase creativa utilizzando gli strumenti classici, spatole oli ed acrilici, ma già iniziavo ad adoperare il supporto del computer.
CLAG! è un modo di sentire le cose, e sono infiniti i modi di rappresentare questo. L’intelligenza artificiale è solo una fase del processo creativo, che parte dalla fotografia e la successiva elaborazione grafica.
Sintetizzando si può dire che è la mia storia che ha creato CLAG! non sono io che ho creato CLAG!.
Si può dire che CLAG! sia una esigenza, un urlo, una autobiografia su tela?
Assolutamente si, come mi è stato fatto notare da una persona a me molto vicina, tutto questo è nato proprio da una impossibilità di non farlo. Come un fiume carsico è riaffiorato adesso ma in tutti questi anni di “pausa creativa” non ha mai smesso di fluire dentro di me.
Quello che cerco di esprime sono le mie esperienze, il mio vissuto travagliato, e quando mi rendo conto, e mi fanno notare, che nelle mie storie ci si riconoscono altre persone, sento di avere fatto centro. Quello che ricerco è un consenso emotivo. Per quanto l’intelligenza artificiale sia una creazione impersonale, le emozioni della mia infanzia sono un dato assolutamente personale.
Possiamo dire che l’impatto dell’AI sull’arte visiva è assimilabile a quello che il punk ha avuto sulla musica?
Si, il punk ha reso più accessibile a tutti sia l’approccio ad uno strumento che veicolare un proprio messaggio, dirompendo sulla scena musicale senza chiedere permesso.
Alzando il discorso da un punto di vista filosofico, penso che il punto fondamentale sia la riproducibilità dell’opera, in questo mi ha segnato particolarmente la lettura Walter Benjamin; con lo sviluppo della fotografia si è passati dalla contemplazione alla distrazione. Un tempo, l’arte visiva ci portava emozioni contemplando l’opera mentre nell’arte contemporanea si innesca qualcosa che è gia dentro di noi. Come insegnano maestri come Warhol, Schifano o Cattelan, quello che osserviamo è in realtà quello che vediamo in noi stessi.
Su tutti, Mario Schifano mi ha fatto capire come l’arte possa uscire dalla pittura e rientrarci con linguaggi diversi.
Per sbirciare le opere di CLAG! : Instagram: Clagfactory, Sito: www.clagfactory.com
Federico Gatti
* in copertina: “L’arcadia della mia giovinezza”
100×70
foto reale elaborata con tavoletta grafica
ed editing e preparazione tramite AI

