Vi siete mai fermati a pensare alla storia nascosta dietro le parole che usate ogni giorno nella vostra città? Anche i termini più comuni, quelli che ci sembrano scontati, possono celare racconti inaspettati, aneddoti divertenti e pezzi di storia collettiva. A volte, basta solo qualcuno che li riporti alla luce per farceli riscoprire con occhi completamente nuovi.
È esattamente quello che è successo a Parma con il progetto “Io parlo parmigiano”. Nato quasi per scherzo, è diventato un fenomeno culturale che ha saputo far ridere, unire e soprattutto, far riscoprire l’anima del dialetto nell’era digitale. Ho incontrato Danilo Barozzi, una delle due menti dietro questo successo, e la nostra conversazione ha rivelato una serie di curiosità interessanti e divertenti.
“Intronato”? Tutta colpa di un vino che costava poco.
Quante volte a Parma si sente dire “Ma sei intronato?”. È un’espressione talmente comune da sembrare quasi priva di un’origine precisa. E invece, come racconta Danilo: “la sua etimologia è legata a una vera e propria “sbronza storica”. La parola corretta, infatti, non sarebbe “intronato”, ma “intranè”.
“La storia risale ai tempi di Maria Luigia, quando la Duchessa iniziò a importare del vino dalla città di Trani perché era più economico. Nelle osterie di Parma, la gente “ne beveva un sacco” e, inevitabilmente, finiva per tornare a casa barcollando da un muro all’altro. Chi si trovava in quello stato di ebbrezza era, letteralmente, “in tranè”, ovvero sotto l’effetto del vino di Trani. Da lì, il termine si è evoluto nel moderno “intronato”.
Un successo nato per caso e con le parole scritte male.
Si potrebbero pensare che un progetto di tale successo sia nato da una strategia ben definita. invece Danilo ce lo racconta così. “Io parlo parmigiano è nato davvero per gioco, una sera in un bar tra amici, ci siamo resi conto di una cosa fondamentale: il nostro dialetto cambiava a seconda della provenienza. Uno era di Colorno, un altro di Collecchio, un altro ancora del centro di Parma. Quella che sembrava una lingua unica era in realtà un mosaico di sfumature.
Come prima cosa aprimmo una pagina Facebook e iniziammo a pubblicare singole parole, “scritte anche male”, senza una grammatica precisa. La vera svolta arrivò con il primo doppiaggio, “A m’ bàla ‘n òc’” (n.d.r. mi balla un occhio, parodia di Frankenstein junior). Lo caricammo online senza alcuna aspettativa (“chi se lo calcola”, pensavamo). La risposta fu immediata. Nel giro di due giorni, la gente se lo scambiava sui telefoni senza nemmeno sapere chi fossero gli autori. Avevamo involontariamente sfruttato il potere dei network di Facebook, creando un contenuto virale. Quella scintilla iniziale innescò una “bomba”, che in soli due mesi ci portò dal nulla a esibirci in spettacoli dal vivo.”
Si definiscono “due imbecilli”, ma studiano come accademici.
Danilo si definisce un “giullare” e descrive il duo come “due imbecilli“. Questa immagine non troppo edificante è una delle chiavi del loro successo. L’approssimazione iniziale, con le parole scritte in modo scorretto, ha presto lasciato il posto a uno studio serio e meticoloso.
“A guidarci in questo percorso è stato l’esperto Enrico Maletti, che ci ha presi “sotto la sua ala” per insegnarci la grammatica e la scrittura corretta. Un altro strumento fondamentale è stato il “dizionario di Capacchi”, che mio padre lo aveva comprato anni prima con una frase quasi profetica: “Vuoi vedere che un giorno ti serve?” e questa profezia si è avverata. Dietro la comicità e la leggerezza che il pubblico vede, c’è una “pignoleria” quasi accademica nella ricerca e nella verifica. L’umorismo più autentico non nasce dalla superficialità, ma da un profondo rispetto per la cultura”
Hanno saltato una generazione e conquistato i nipoti.
Quando si pensa al pubblico del dialetto, vengono subito in mente le generazioni più anziane. La scoperta più sorprendente per Danilo e il suo socio Rico è stata un’altra: “i nostri fan più accaniti e inaspettati sono i bambini. Già durante i primi spettacoli, ci siamo accorti di file di bambini di 4-5 anni che conoscevano a memoria le battute dei nostri doppiaggi.”
“Questo ha dato vita a un “circolo” virtuoso e affascinante”, come lo definisce Danilo. “Un bambino scopre i nostri video online, riconosce il modo di parlare dei nonni e diventa il ponte, mostrando i filmati alla generazione più anziana, spesso lontana dal web. In questo modo, il dialetto, che era stato “un po’ snobbato” dalla generazione dei genitori, è stato riscoperto dai nipoti, creando un legame culturale e affettivo. Questo fenomeno evidenzia un ruolo chiave delle piattaforme digitali: non solo creare nuova cultura, ma fungere da archivio e catalizzatore per riscoprire e riconnettere il patrimonio culturale attraverso i divari generazionali.”
Il doppiaggio è la parte più divertente, ma anche la più faticosa.
L’attività che Danilo ama di più è il doppiaggio, perché offre una libertà creativa totale.” È lì che il Gladiatore può diventare un uomo che va a comprare il pane, sovvertendo completamente il contesto originale per creare un effetto comico. Ma dietro a quella che sembra una semplice e divertente improvvisazione c’è un lavoro tecnico enorme, che il pubblico non vede.”
“Per realizzare un doppiaggio, prendiamo la scena del film originale e la silenziamo completamente, Da quel momento, ricreiamo da zero tutti i suoni: il rumore dei cavalli, il cozzare delle spade, il cigolio delle armature. Ogni singolo effetto sonoro viene aggiunto in post-produzione. Si tratta di “un lavorone” incredibile, un impegno meticoloso per produrre un video che, alla fine, dura solo un minuto. In più la stesura c’è del testo e la ricerca sulle giuste intonazioni da dare ai vari personaggi con i loro caratteristici timbri vocali.”
Un Dialetto è Molto più di un Insieme di Parole è storia
L’esperienza di “Io parlo parmigiano” ci fa notare che un dialetto locale non è un semplice residuo del passato, ma un organismo vivo, pulsante di storia, umorismo e connessioni umane. È una lente d’ingrandimento sulla cultura di un luogo.
Come sottolinea Danilo, “i dialetti hanno la capacità unica di descrivere un mondo in un modo che l’italiano standard non può fare.” Il suo esempio è illuminante: “a Parma un bambino vivace è un “pisstapocci” (un “pesta-pozzanghere”), perché Parma è una terra umida, piena di pozzanghere. All’Aquila, un concetto simile è espresso con “Recchie fredde”, perché lì l’ambiente è dominato dal freddo. La lingua riflette la terra. Il dialetto è il paesaggio che si fa parola.”
Ogni città italiana, ha quella parola o il proverbio che nasce dalla storia, bisogna mantenere questa cultura e con i nuovi canali digitali è possibile visto il seguito di “io parlo Parmigiano”, ma il contatto umane è imprescindibile perché tutto questo continui.

