La lunga stagione, davvero estenuante, che condurrà all’approvazione del nuovo bilancio dell’Unione Europea (il “Quadro Finanziario Pluriennale”) per il periodo 2028-2034 si è avviata la scorsa estate con la proposta elaborata – dopo lunghe e inevitabili trattative, come d’uso – dalla Commissione.
Ma il percorso è tutt’altro che concluso. Ora i prossimi due anni vedranno ulteriori discussioni e nuove trattative sino a quando, finalmente, emendato in via definitiva esso verrà approvato: dai Parlamenti nazionali (tutti, perché è necessaria l’unanimità) e dal Parlamento Europeo.
Anche in questa occasione (nonostante le roboanti affermazioni della Presidente Von der Leyen: “il progetto più ambizioso mai presentato”) l’impegno budgetario è largamente inferiore al necessario. Ma in questa Unione ove alla fine sono i governi nazionali a comandare era illusorio attendersi uno scatto coraggioso verso il raddoppio di un budget che si limita a poco più dell’un per cento (1,26% per la precisione) del Reddito Nazionale Lordo complessivo dei Ventisette (dunque circa 1800 miliardi di euro).
Del resto i governi nazionali hanno a loro volta difficoltà nella elaborazione del proprio bilancio e nel rispetto dei vincoli comunitari e quindi – in questo incalzati o sostenuti, a seconda delle diverse situazioni, dalle forze nazionaliste locali – non sono disponibili ad aumentare il proprio contributo e neppure (e questo è particolarmente grave) a introdurre nuove voci da inquadrare come risorse proprie dell’Unione. Bisogna a questo riguardo, con riferimento alla proposta presentata, accontentarsi di una tassa sui rifiuti elettronici non riciclati e di una sui prodotti a base di tabacco, oggi invece sottoposti a tassazione nazionale.
Detta ritrosia, anzi questa vera e propria indisponibilità impedisce, ad esempio, la creazione di una vera Difesa comune, ragion per cui rimarranno in essere tutte le duplicazioni di spesa derivanti dall’esistenza di 27 Ministeri della Difesa, 27 Forze Armate, 27 Capi di Stato Maggiore, eccetera eccetera…
E naturalmente neppure viene ipotizzata la possibilità di ricorrere a debito comune, che invece – come si è visto con il post-Covid – è la soluzione che potrebbe aiutare ad affrontare positivamente molte questioni di primaria importanza, come il Rapporto Draghi ha ben dimostrato.
Tutto ciò premesso, e dunque senza suscitare particolari entusiasmi, non resta che osservare le principali novità che emergono dalla proposta della Commissione.
I “capitoli di spesa” sono ridotti da sette a quattro, ed è questa la principale novità: una razionalizzazione che premia alcuni e penalizza altri, e ciò naturalmente comporterà lo sviluppo delle future discussioni delle quali facevamo cenno all’inizio di questo articolo. Saranno però i governi nazionali – di nuovo loro – a destinare i fondi europei così definiti dai nuovi capitoli di spesa e quindi saranno loro a controllarne le destinazioni finali. L’Europa federale resta molto lontana.
Un’altra novità è la regressione della Politica Agricola Europea (PAC), una volta la “regina” assoluta del bilancio comunitario, addirittura una voce indipendente del medesimo. Ora invece scende da 386 a 300 miliardi di euro. Non solo. Viene accorpata nella sezione “Piani di partenariato nazionale e regionale”. La rivolta degli agricoltori è assicurata.
Anche il tema ambientale è ridimensionato, pur rimanendo significativo. Molto, perché i suoi 700 miliardi corrispondono al 35% del bilancio. Sono postati nel capitolo “clima e ambiente” (senza più una destinazione specifica per la sola biodiversità, con preoccupazione di molti), ove vi sono le sei voci tematiche della UE: mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, biodiversità appunto, uso sostenibile delle risorse idriche e marine, economia circolare e prevenzione dall’inquinamento.
Difesa e Spazio impiegano ben 131 miliardi, ma i singoli bilanci statali incrementeranno la spesa per questa voce, garantendo pertanto un controllo nazionale della medesima e facendo così in modo di rimanere ben lontani da una anche solo vaga idea di Difesa comune, come detto.
Molto importante è invece il fondo – 175 miliardi – per Horizon Europe, il programma per la ricerca e lo sviluppo. Ma gli addetti ai lavori sostengono che ci vorrebbero almeno 50 miliardi in più, perché è qui che il divario con USA e Cina è maggiore. In compenso vi sono 410 miliardi per un nuovo fondo per la competitività e l’innovazione, una novità che si preannuncia interessante.
I “fondi di coesione”, infine. Ovvero quelle risorse destinate alla crescita delle regioni più arretrate. Un buon terzo del budget totale. Ma ora verrebbero accorpati all’interno dei “Piani di partenariato nazionale e regionale”, anche questi gestiti dai governi nazionali e dove abbiamo visto essere stata inclusa anche la PAC. Viva preoccupazione da parte degli esperti nella loro gestione.
A conferma, in sostanza, che l’imprinting complessivo dell’Unione (e nulla più del bilancio comunitario può testimoniarlo) rimane quello intergovernativo e non certo quello federale, neppure come tendenza e obiettivo. La mitica “Unione sempre più stretta” rimane lontana. Molto.

