Il Merdocene digitale: come i social stanno riscrivendo chi siamo
Tra filtri, algoritmi e ritocchi estetici, viviamo in un’epoca in cui il digitale deteriora le piattaforme e, insieme, la nostra identità.
C’è un neologismo che descrive l’epoca digitale attuale: Merdocene, termine ironico ma preciso per il fenomeno di enshittification teorizzato dallo scrittore e attivista Cory Doctorow. Come scrive Doctorow:
“Platforms first make their users happy, then abuse them to make their business customers happy, and finally abuse those business customers to claw back all the value for themselves.”
(Doctorow, 2023)
Il concetto descrive il declino progressivo delle piattaforme digitali: da luoghi di interazione a spazi saturi di pubblicità e manipolazioni algoritmiche. Ma il deterioramento non riguarda solo le piattaforme social: si riflette anche sul modo in cui percepiamo noi stessi.
Identità sotto pressione
Come evidenziava Zygmunt Bauman nella Modernità liquida:
“L’identità è un nome che diamo a ciò che non è più stabile.”
(Bauman, 2000)
I social amplificano questa fragilità: ogni post diventa un test di approvazione, ogni like un piccolo giudizio. La psicologa Sherry Turkle parla di “solitudine connessa”:
“We are lonely, but afraid of intimacy.”
(Turkle, 2011)

L’estetica dell’approvazione
Negli anni Sessanta, Guy Debord descriveva la “società dello spettacolo”, dove l’apparenza domina la realtà (Debord, 1967).
Oggi questa logica domina i feed dei social: ciò che ottiene visibilità non è ciò che è reale, ma ciò che appare perfetto.
Byung-Chul Han nota che viviamo in una “società della trasparenza”:
“La società della trasparenza non genera libertà: genera conformismo.”
(Han, 2014)
Filtri e chirurgia estetica: la realtà surrogata
L’uso massivo dei filtri digitali ha creato nuovi standard estetici, a cui molti cercano di conformarsi. Gli psicologi parlano di filter dysmorphia, ovvero una distorsione dell’autopercezione causata dai filtri (Ramphul & Mejias, 2018).
Parallelamente cresce la chirurgia estetica “soft” per ottimizzare il volto secondo modelli digitali (Elliott, 2013).
Baudrillard avrebbe chiamato questo fenomeno simulacro:
“Il simulacro non è ciò che nasconde la verità. È la verità che nasconde che non ce n’è alcuna.”
(Baudrillard, 1981)
Il volto filtrato, o chirurgicamente ottimizzato per apparire più reale del reale, rappresenta la nostra realtà surrogata.
Recuperare autenticità
La combinazione di piattaforme degradate, identità fragili e corpi ottimizzati produce una realtà digitale che rischia di sostituire quella reale.
Per Bauman, la libertà è un compito:
“La libertà richiede coraggio. Non è un bene che ci viene dato, ma un compito che ci assumiamo.”
(Bauman, 2000)
L’illusione della partecipazione
Nel paesaggio digitale odierno, la partecipazione è diventata un rituale vuoto: tutti parlano, nessuno ascolta, e l’algoritmo stabilisce chi merita visibilità. L’utente crede di contribuire alla discussione pubblica, ma in realtà si muove dentro corridoi ideologici costruiti su misura, dove ogni opinione è già filtrata, anticipata, addomesticata. Il “merdocene” funziona così: trasforma l’espressione individuale in una merce di scambio emotivo, piatta, replicabile, ottimizzata per non disturbare. Più che dialogare, si recita; più che pensare, si risponde. La partecipazione si riduce a un clic che rassicura la piattaforma più di quanto liberi chi lo compie.
La normalizzazione dell’emotività pubblica
Intanto, si è consolidata una nuova liturgia affettiva: ogni emozione deve essere immediatamente esibita, codificata, riconoscibile. L’estetica dell’approvazione non si limita a distribuire like, ma a stabilire la forma accettabile delle emozioni: indignarsi con la stessa cadenza, ironizzare negli stessi formati, esibire fragilità purché convertibile in engagement. La vita interiore è compressa in un set di reazioni standard, mentre la complessità diventa un difetto di comunicazione. Nel regime della visibilità totale, anche il dolore deve essere fotogenico, persino la discrezione richiede una giustificazione pubblica. E così l’emotività non è più vissuta: è gestita, impaginata, consegnata al feed come un dovere di presenza.
Nel Merdocene digitale, questo significa recuperare il coraggio di essere presenti, autentici, imperfetti.
Analisi personale
Da osservatrice, ma soprattutto da individuo immerso nello stesso ecosistema, mi accorgo che l’impatto più pervasivo dei social non è la dipendenza dallo schermo, bensì la lenta erosione della distanza tra chi siamo e ciò che mostriamo.
A forza di navigare nell’estetica dell’approvazione, ho sperimentato anch’io quella frizione sottile: il bisogno di calibrare ogni gesto comunicativo in base alla sua possibile ricezione, come se la spontaneità fosse diventata un rischio da gestire. Psicologicamente, questo produce un doppio movimento. Da un lato, crea una vigilanza costante, un’autocensura preventiva che assomiglia più a un controllo sociale interiorizzato che a una libera espressione; dall’altro, nutre una forma di ansia silenziosa, quella di non “esistere” se non entro i margini del consenso. In questo senso, il vero danno non è l’alienazione tecnologica, ma l’addestramento quotidiano a vivere con un’ombra specchiante: un io digitale più levigato, più strategico, più presentabile, e al tempo stesso sempre più distante dall’esperienza reale di sé.
Tornare alla normalità dell’essere senza condizionamenti esterni potrebbe essere la via della liberazione ma, non avendo ben chiaro cosa sia la normalità preferiamo identificarci in qualcosa o in qualcuno che esiste in un “noi collettivo” non ancora nato, se non nella nostra rappresentazione ipotetica di quello che potremmo essere se solo fossimo…
Cristina Lombardo
FONTI E RIFERIMENTI
- Doctorow, C. (2023). Tiktok’s Enshittification.
https://pluralistic.net/2023/01/21/potemkin-ai/#hey-guys - Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Polity Press.
https://www.politybooks.com/bookdetail/?isbn=9780745631898 - Turkle, S. (2011). Alone Together. MIT Press.
https://mitpress.mit.edu/9780262528311/alone-together/ - Debord, G. (1967). La société du spectacle. Buchet-Chastel.
- Han, B.-C. (2014). La società della trasparenza. Nottetempo.
https://www.nottetempo.it/libri/la-societa-della-trasparenza - Baudrillard, J. (1981). Simulacres et Simulation. Éditions Galilée.
https://www.galilee.fr/ouvrage/simulacres-et-simulation/ - Ramphul, K., & Mejias, S. (2018). Selfie dysmorphia: A new challenge. Journal of the American Academy of Dermatology, 78(6), 1245-1246.
https://doi.org/10.1016/j.jaad.2017.12.042 - Elliott, C. (2013). Enhancing Evolution: The Ethical Case for Making Better People. Princeton University Press.

