Chiusi in un bunker, soltanto loro, gli ultimi due superstiti, il giovanissimo Oliver e il suo ufficiale, si trovano a dubitare di quello che succede, di quello che accade attorno a loro e nelle loro menti. Forse, il più grande nemico è, dopotutto, dentro di loro…
Il ragazzo, il povero ragazzo era rimasto invischiato in qualcosa di così grande…di molto più grande di lui e Johannes dovette ammettere che gli faceva una gran pena. Era lì, a piangere in attesa della fine prematura di una vita che non aveva mai veramente vissuto. Gli fece sentire un istintivo desiderio di confortarlo e di proteggerlo. “forse…”, si chiese “…forse è così che ci si sente a essere padre”.
Non lo sapeva e probabilmente, non lo avrebbe mai saputo. Si avvicinò al ragazzo, accovacciato a piangere in un angolo. Da fuori veniva un rumore affilato, metallico, come di una lama che strisciava contro le pareti del bunker e sulla porta di metallo.
Lo ignorò e gli mise una mano sulla spalla “Oliver…”, gli disse, “…ehi, Oliver. Non ti preoccupare, noi…noi ce la caveremo, sai?”, gli disse tentando invano di fare una smorfia simile al sorriso. “Noi siamo al sicuro”, proseguì. Sapeva bene che stava mentendo, “il bunker ha un’ottima tenuta, niente è in grado di entrare”. Il ragazzino lo guardò. Scosse la testa e con voce tremante disse “quella…quella cosa può entrare…può…può venire a prenderci e banchettare con noi…vuole…vuole…”, iniziò a sussultare con la testa tra le spalle, il volto coperto tra le mani.
Johannes, comprendendo la sua pena, gli si avvicinò mettendogli una mano sulla spalla, cercando di confortarlo come poteva. “ehi…”, gli disse, “…ti prometto che ce la caveremo, che quella cosa…qualunque cosa sia…che non permetterò che ti prenda, non lo permetterò con tutte le mie forze!”.
Era poca cosa da promettere, ma sapeva molto bene, anzi forse fin troppo bene che, in quel momento, la speranza era tutto ciò che gli restava, forse l’unica cosa al mondo a renderli ancora esseri umani.
Finché avessero potuto, si disse, avrebbero dovuto continuare a sperare: la loro speranza, in quel momento l’unico filo che li legava ancora al mondo umano, era un debole cordone attraverso cui passava il nutrimento che alimentava quel mostro là fuori, quella cosa fatta di oscurità che si muoveva furtiva nella notte. E, finché l’avessero sfamata, forse li avrebbe tenuti in vita.
Certo, parassitandoli. Ma li avrebbe lasciati vivere. Era il loro patto, il loro pegno, il prezzo che dovevano pagare: se avessero smesso di sperare avrebbero reciso quel debole legame con l’umanità che nutriva il mostro, perdendosi tra le nebbie di quel mondo onirico degli incubi. “Oliver…”, ripeté tenendo la mano sulle spalle sussultanti del ragazzino, “ti prometto che ce la caveremo, dai, asciugati le lacrime, su…”.
Non ci fu reazione. Poi per un momento tutto tacque, prima che le spalle del giovane iniziassero a sussultare di nuovo. Fu in quel momento che Johannes realizzò, con orrore, che il giovane non stava piangendo.
Continua…

