Il potere del significato in Viktor Frankl
E voi, credete nei misteri? Avete fede? Chi, entrando in un edificio, ne chiede la planimetria, desidera parlare con l’ingegnere, l’architetto, i muratori e si fa una bella laurea in ingegneria edile? Beh, nessuno. Infatti, possiamo dire che in innumerevoli situazioni della nostra vita, noi umani abbiamo fede.
Più di quanto pensiamo, abbiamo una fiducia istintiva verso la realtà, tangibile e non, che ci fa avere un respiro verso il mondo che ci circonda, anche quando la realtà stessa ci soffoca.

Che cos’è la fede? Un sentimento, un’illusione, una certezza? O piuttosto un mistero che sfugge a ogni definizione? Viktor Frankl, psichiatra viennese sopravvissuto ad Auschwitz, lo intuì nei momenti più bui del Novecento: l’uomo resiste non quando possiede spiegazioni, ma quando trova un senso a cui affidarsi.
Nei campi di concentramento Frankl osservò che chi aveva ancora un “perché” riusciva a sopravvivere, mentre chi lo perdeva cadeva nel vuoto. La fede, per lui, non era fuga dall’orrore ma capacità di rispondere alla vita anche quando sembrava muta. È l’atto di aprirsi a un significato che non si può dimostrare, ma che offre la forza di andare avanti.

Qui sta il suo mistero: la fede convive con il dubbio. Non è dogma cieco, ma libertà interiore. Kierkegaard la definiva “salto”, Pascal ricordava che “il cuore ha le sue ragioni”. Frankl, da clinico, la descrisse come l’ultima libertà dell’uomo: nessuno può decidere al posto nostro l’atteggiamento con cui affrontare il dolore.
Oggi, in un’epoca di crisi di senso, il messaggio è più attuale che mai. La fede non elimina le domande, non scioglie il dramma del vivere, ma dona il coraggio di restare in dialogo con esso. È questo che la rende mistero: un atto fragile eppure decisivo, che ci permette di attraversare la notte senza smettere di credere che, da qualche parte, ci sia un’alba.

