Gaio Sallustio Crispo, entrato in politica da homo novus, si lega alla fazione dei populares e sceglie di schierarsi con Cesare nella guerra civile contro Pompeo. Nominato da lui governatore dell’Africa Nova, viene accusato di malgoverno e decide di ritirarsi a vita privata. Ma dietro quel ritiro non si cela solo la delusione politica: è come se l’autore avesse intuito un segreto più profondo, una corruzione invisibile che serpeggiava nella Roma del suo tempo.
La scelta dell’otium
Sallustio si dedica allora alla storiografia, considerandola il proseguimento della sua attività politica, una forma di azione più sottile e dissimulata. In un’epoca in cui l’otium era visto come segno di inerzia, egli ne fa un laboratorio di indagine morale, quasi un tempio interiore dove svelare i misteri della decadenza romana.
Crisi morale
Nelle sue due monografie, La Congiura di Catilina e La Guerra Giugurtina, la scrittura diventa un atto di denuncia e insieme di conoscenza. Sallustio si giustifica per il suo ritiro affermando che Roma è ormai corrotta dall’avidità di potere e di ricchezza del suo ceto dirigente. Ma il sospetto che egli stesso non fosse immune da quella stessa corruzione — espulso dal senato, accusato di rapacità — getta un’ombra ambigua sulla sua figura. È come se la sua opera cercasse di espiare un segreto personale, un peccato di cui la storia stessa fosse testimone.
La decadenza di Roma
L’intera storiografia sallustiana è una cronaca della crisi e del mistero della Repubblica. Attraverso il Bellum Catilinae e Bellum Iugurthinum, l’autore indaga la malattia morale di Roma. Catilina diventa il simbolo della disgregazione interiore della città; Giugurta, lo specchio della corruzione senatoria. In entrambi i casi, la storia è una maschera sotto cui si cela la domanda segreta: può una civiltà conoscere la causa della propria rovina?

