Gli attacchi aerei israeliani sul Libano stanno complicando la riapertura del canale di Hormuz, dove viene trasportato circa il 20% del petrolio consumato al mondo (circa 20 milioni di barili al giorno). Poiché l’economia globale dipende da questo punto nevralgico, l’approvvigionamento energetico è diventato, nelle ultime settimane, la priorità principale dell’Unione europea. Da sempre, i conflitti nell’ area hanno determinato una destabilizzazione dei prezzi del petrolio e del gas naturale, ma oggi l’offerta globale è ridotta sia, appunto, per la chiusura dello stretto, sia per gli attacchi diretti alle infrastrutture energetiche (le raffinerie in Qatar, Arabia Saudita e Israele hanno di fatto fermato la produzione). Secondo Trading Economics, un calcolatore finanziario basato su strumenti finanziari over-the-counter (prodotti negoziati direttamente tra due parti, fuori dai circuiti borsistici ufficiali), dal 25 febbraio al 9 marzo il costo del petrolio greggio Brent è aumentato di 46 dollari a barile (da 70 a 116), mentre il gas naturale da 30 a 50 euro MWh (Megawattora). Di fronte a questa situazione, durante l’ultimo Consiglio europeo di marzo, i leader europei hanno invitato la Commissione a coordinare delle misure volte a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. In realtà l’UE dovrebbe già trovarsi pronta in uno scenario del genere perché gli Stati membri hanno l’obbligo di mantenere delle scorte petrolifere e di disporre di piani di emergenza. I Paesi dell’Unione, infatti, contribuiscono al 20% dei 400 milioni di barili custoditi come scorte dall’ Agenzia Internazionale per l’Energia (International Energy Agency – IEA). Il 20 marzo la stessa agenzia ha pubblicato un piano in 10 punti che essenzialmente raccomanda di ridurre tutte le attività per cui servirebbe il petrolio. Nel dettaglio, il piano illustra una serie di azioni sul fronte della domanda che governi, imprese e famiglie possono intraprendere per attenuare i costi per i consumatori. Il piano si concentra principalmente sul trasporto su strada, che rappresenta circa il 45% della domanda mondiale di petrolio, ma anche sui trasporti aerei e l’industria. Le dieci azioni consigliate sono: lavorare da casa, se possibile; ridurre i limiti di velocità sulle autostrade di almeno 10 km/h; promuovere il trasporto pubblico; alternare l’accesso delle auto private nelle grandi città a giorni alterni; aumentare il car sharing; migliorare la guida dei veicoli su strada e per la consegna merci; usare il GPL per altri settori oltre ai trasporti; evitare i viaggi in aereo; usare altri metodi di cottura; sfruttare la flessibilità delle materie prime petrolchimiche e attuare misure di efficienza nel breve termine. In una situazione simile, diventa sempre più importante iniziare a pensare seriamente alle energie rinnovabili. In realtà, durante il Consiglio europeo di marzo, il discorso sulle rinnovabili è stato avviato. Innanzitutto, si era intravista la possibilità di concentrare maggiori sforzi verso l’elettrificazione. Il Consiglio ha imposto scadenze per ridurre i prezzi dell’energia elettrica e combattere l’eccessiva volatilità nel breve termine, nonché ribadito la necessità di una revisione entro luglio 2026 del meccanismo europeo di scambio di emissioni (ETS). La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dichiarò inoltre di voler sostenere le aziende nel loro percorso di decarbonizzazione grazie all’ETS investment boost, offrendo 30 miliardi di euro finanziati con 400 milioni di certificati ETS. Il Consiglio europeo tornerà su tali questioni a giugno 2026 per esaminare i progressi compiuti e questo rappresenta solo un esempio. Tuttavia, si sente chiaramente che la situazione geopolitica attuale sta portando a un cambiamento, almeno nei dibattiti. E se diventasse un’agenda? È arrivato il momento per l’Unione europea di valutare davvero delle alternative al petrolio?
Laureata in relazioni internazionali, scrivo da più di tre anni di politica estera e dinamiche internazionali. Credo fermamente che tutto, dal cibo che mangiamo ai film che guardiamo, sia politico e ciò vale anche per l’informazione che consumiamo. Nel 2025 ho frequentato una Scuola di Reportage Narrativo intitolata alla memoria di Alessandro Leogrande, un’esperienza che mi ha spinto a riorientare i miei obiettivi professionali. Attualmente vivo in Belgio, Paese che sto imparando a conoscere e di cui vorrei restituire storia, cultura e contraddizioni.
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