Dal principio dell’Io Sono” alla lettura degli eventi: perché la fede non è attesa, ma presenza.
Non un atto religioso, non un gesto di speranza: la fede come chiave per interpretare la vita anche nelle sue prove più dure.
La domanda che attraversa tutti
Prima o poi ci siamo chiesti cosa sia davvero la fede. Non quella legata alla religione, ma quella sottile forma di forza interiore che a volte si manifesta nei momenti più imprevisti. Una spinta silenziosa che sembra arrivare da dentro, prima ancora che dalle circostanze.
In molti la confondiamo con la speranza o la trasformiamo in un appiglio: cerchiamo segnali, conferme, risposte esterne. Ma la fede non è un telegramma dell’universo.
È, piuttosto, una postura interiore: qualcosa che non si chiede e non si misura, ma che esiste indipendentemente da come vanno le cose.
L'”Io Sono“: una presenza più che un concetto
Il corpus attribuito a Saint Germain introduce un’idea essenziale: I’ “lo Sono” non è un’affermazione di volontà, ma di identità. Non è il “crederci forte”, ma il riconoscere la propria presenza come fonte.
In questa lettura, la fede non è un salto nel buio, ma un ritorno a ciò che già siamo.
Non si basa sul risultato, ma sulla consapevolezza di una forza che non oscilla al primo imprevisto. Ed è proprio qui che si inverte la prospettiva: gli eventi non sono giudici, ma indicatori. Non arrivano per metterci alla prova, ma per ricordarci chi siamo quando smettiamo di inseguire conferme.
Sincronicità e segnali: la lezione della Profezia di Celestino
James Redfield, nel suo bestseller La profezia di Celestino, porta la riflessione un passo oltre: ogni incontro, ogni coincidenza, ogni deviazione non sarebbe casuale ma parte di un sistema di significati più ampio.
Non si tratta di interpretare ogni dettaglio come un “messaggio”, ma di cogliere un orientamento: quando siamo presenti, la realtà tende a diventare più leggibile. Quando ci irrigidiamo nella paura, tutto invece appare caotico.
È una visione che richiama la fede non come atto religioso, ma come capacità di leggere il mondo senza sentirci in balia del mondo stesso.
Quando tutto ciò che accade è per noi
È il punto più difficile da accettare, ma anche quello più trasformativo: gli eventi non sono contro di noi.
Nemmeno quelli dolorosi.
Nemmeno quelli che interrompono un equilibrio.
Nemmeno la perdita, la fine, o la morte.
Non per negarli, né per addolcirli. Ma perché ciascuno di questi passaggi contiene un movimento che ci riguarda da vicino: ci porta a rivedere priorità, relazioni, confini, desideri.
Spesso ci obbliga a fermarci, altre volte ad andare oltre. Sempre, in qualche modo, ci riorienta.
Quando ci abituiamo a leggere gli accadimenti in questo modo, la fede non è più un appiglio, diventa un filtro attraverso cui osservare la vita:
non “andrà tutto bene”, ma “tutto è significativo”.

Oltre la speranza: la fede come presenza attiva
La speranza proietta in avanti, la fede riporta al presente.
La speranza attende, la fede interpreta.
La speranza chiede conferme, la fede le supera.
È anche un modo per non restare ancorati a ciò che accade, ma a ciò che siamo: una identità che non si esaurisce negli eventi, ma che con gli eventi si misura. In questo senso la fede non è un rifugio ma un punto di partenza: una piattaforma da cui leggere il mondo senza sentirci schiacciati dal mondo.
Un orientamento, non un’illusione
La fede non toglie il dolore e non evita le difficoltà. Ma cambia radicalmente il modo in cui le attraversiamo.
Ci restituisce la possibilità di pensare che la vita non ci stia punendo né premiando: semplicemente ci sta parlando.
Ed è in questa consapevolezza che si comprende la frase più scomoda e più reale: ciò che mi accade è per me.
Perché non siamo ciò che ci succede, ma ciò che resta in piedi dopo che è successo.
Quando perdiamo la fede: possibili scenari
Non sempre restiamo ancorati alla fede perché umanamente siamo sommersi di pensieri rivolti alla soluzione immediata e, pertanto non possiamo pensare sempre allo stesso modo e/o essere allineati spudoratamente ad un “ci pensa la vita”. Questo significa che “la fede non è qualcosa che si vede, ma qualcosa che si attraversa”, scriveva Kierkegaard, ricordandoci che il suo atto più autentico nasce nel momento cui smettiamo di pretendere garanzie.
L’ esperienza della fede DEVE anche incontrare il suo esatto opposto per poter essere e quindi sostenuta. Bisogna farne esperienza.
Eppure oggi, immersi in un tempo che corre più veloce delle nostre capacità di abitarlo, la fede fatica a restare un’esperienza interiore. Il futuro incombe come un orizzonte ipertrofico: progetti, previsioni, ansie di prestazione. È un rumore di fondo che spesso sovrasta la voce silenziosa della fiducia.
Se dunque ho sempre avuto fede, ma dopo per esempio diverse difficoltà penso d’averla perduta, dovrò esattamente in quel flusso mentale non cadere nella trappola dell’autocommiserazione, bensì dovrò ricordarmi (e so che e molto complicato) e fare ammenda del mio potere interiore: quello di restare ancorato in me a prescindere dagli eventi esterni. Infondo abbiamo detto pocanzi che tutto accade per me.
Come nota la filosofa Maria Zambrano, “nel futuro si proietta ciò che temiamo di non riuscire a essere”. Ed è forse questo lo sbilanciamento continuo in avanti che perdiamo la capacità di pensare la fede come apertura, e non come sforzo.
Futuro, fiducia e fede
Quando il futuro ci sovrasta
Viviamo in un’epoca che ha trasformato il futuro in un dispositivo di pressione. Non più promessa, ma spesso minaccia: la competizione globale, la precarietà lavorativa, il mito dell’efficienza continua. Tutto ciò ci spinge a pensare prima a ciò che può accadere domani che a ciò che stiamo vivendo ora.
È in questa nebbia anticipatoria che la fede si incrina. Non perché sia meno necessaria, ma perché è più difficile riconoscerla. Come scrive il teologo Dietrich Bonhoeffer, “la fede comincia esattamente dove finiscono le nostre sicurezze”. Ma il nostro tempo ci addestra a cercare sicurezze ovunque, persino dove non possono esserci.
La capacità di affidarsi, dunque, non scompare: viene semplicemente coperta dal rumore del futuro. Ritrovarla significa fare spazio, anche minimo, a un tempo che non si lascia programmare.
Riflessione personale
Forse ciò che più mi colpisce, osservando il nostro rapporto con la fede e con il futuro, è quanto spesso viviamo sotto la spinta di un’anticipazione continua. Dal punto di vista psicologico, è come se la mente si spostasse costantemente un passo avanti rispetto a noi, interpretando ogni possibilità come un rischio da prevenire.
In questo movimento incessante, la fede, che sia spirituale, umana o semplicemente fiducia nella vita, fa fatica a trovare spazio, perché richiede un gesto che la psicologia chiama abbandono controllato: la capacità di lasciare andare ciò che non possiamo dominare, pur restando presenti a noi stessi.
Eppure è proprio in quel piccolo varco che riusciamo a respirare. Scopriamo che l’incertezza non è sempre un nemico, ma a volte un invito a ridurre l’allarme interiore, a rallentare l’interpretazione del futuro come minaccia. In questo senso la fede, qualunque forma assuma, diventa una postura psicologica gentile: un modo per riconciliarci con ciò che non dipende da noi e per ritrovare un equilibrio più umano, meno affannato e più vero.
Cristina Lombardo
https://it.wikipedia.org/wiki/La_profezia_di_Celestino#Citazioni
NOTE E RIFERIMENTI
1. Saint Germain, lo Sono (discorsi della “I AM
Activity”, 1930-1950).
– Idea centrale: la Presenza “lo Sono” come origine della forza interiore.
2. James Redfield, La profezia di Celestino
(1993).
– Lettura energetica della realtà e ruolo della sincronicità come indicatore di percorso.
3. Temi trattati:
- Differenza tra fede e speranza;
- Fede come identità, non come richiesta;
- Interpretazione degli eventi come elementi funzionali al cammino individuale.
4. La riflessione di Kierkegaard appare in Timore e tremore;
5. Il pensiero di Zambrano è tratto da interventi raccolti in Verso un sapere dell’anima;
6. La citazione di Bonhoeffer proviene da Resistenza e resa.

