Isola di San Servolo da convento di suore a ospedale di mare. Dal 1725 prima rifugio di nobili pazzi e mentecatti , poi manicomio di riferimento per tutto il Veneto.
Quando se entra qua a San Servolo se sente subito l’odor. L’odor de sudore, dee medicine, dea merda e de roba morta
1978: legge Basaglia. Cambia tutto.
L’autrice ripercorre, coi suoi ricordi di bambina, la vita del cugino internato in manicomio.
Giuseppe, l’abito marrone, gli occhiali cerchiati d’oro, l’orologio con la catenella. Mi permetteva di viaggiare nel tempo. Lui non abitava il presente, era altrove…diventava Anna Karenina, Rodion Raskolnikov o Ivan Karamazov.. e io lo seguivo eccitata è confusa nei suoi monologhi “.
Nel 1978 esce dal manicomio trasformato dagli anni di psicofarmaci ed elettroshock: fatica ad accendersi una sigaretta.

L’autrice adulta, visita l’ex manicomio diventato museo. Un tempo sospeso fra la galleria di foto e cartelle cliniche. volti che chiedono di essere ascolti. il desiderio di sapere ma anche di rimandare questo dolore.
Noi conosciamo Beppino attraverso i racconti di chi l’ha incontrato. Un puzzle di aneddoti, ricordi, particolari. Un primo ricovero, un secondo ricovero.
“ Che cosa significava manicomio ? Che cosa significava matto?”
Queste le domande che restano nella testa del lettore.

Daniela Stefanutto si è laureata in Storia Contemporanea e si è dedicata alla ricerca e all’insegnamento negli istituti superiori. “ E prese fra le dita la notte” è il suo romanzo d’esordio ed è stato segnalato al Premio Calvino.
L’abbiamo intervistata:
Con questo libro ha ridato dignità a Suo cugino, cosa che
probabilmente tanti non hanno avuto. Fra l’altro non viene precisato il
motivo vero per il quale è stato internato… La Sua denuncia è evidente
nel libro.
Con questo romanzo ho cercato di ridare voce a mio cugino, una voce che sapeva
raccontare, che esprimeva infinite potenzialità e desideri. Quando sono entrata nell’archivio
di San Servolo, che contiene più di cinquantamila cartelle cliniche, ho provato un senso di
smarrimento e di angoscia. Ho pensato a quelle voci, a quelle vite interrotte. Mio cugino si
era fatto ricoverare a San Servolo nel 1969, per una forte crisi depressiva, acuitasi dopo la
morte del fratello Sante, all’età di vent’anni. Era convinto di uscire subito. In realtà ci è
rimasto quasi un anno ed è stato sottoposto a diversi cicli di elettroshock e di
insulinoterapia. Il giorno dopo il suo ricovero come è riportato nella cartella clinica, definisce
il manicomio “un luogo dove vengono praticate le torture”. La sua malattia viene classificata
come “psicosi paranoide”.

Numerosi sono i casi d’internamento senza un vero motivo ( pensiamo
alla Merini): com’era possibile accettare tutto questo come “ normale”?
Credo che la visione della malattia mentale sia cambiata solo in apparenza, tanto che
attualmente c’è un disegno di legge che vorrebbe riproporre i manicomi, anche se in una
versione più piccola e “ripulita”. I luoghi di reclusione ci sono ancora, i CPR ad esempio, lo
stigma continua ad esistere. Il manicomio per definizione doveva contenere “tutto ciò che
non poteva stare fuori” e quest’idea non ci ha mai del tutto abbandonato. Basaglia,
attraverso la legge 180 è stato rivoluzionario, è uno dei pochi casi in cui l’Italia ha attuato
una riforma assolutamente rivoluzionaria ed è diventata il cantiere per esperienze che sono
state poi trapiantate in altri paesi. Bastava poco per finire in manicomio, quando entravi in
manicomio perdevi ogni diritto, il tuo corpo e la tua mente erano in ostaggio. Non avevi più
una voce, una dignità. Basaglia, chiudendo i manicomi, ha costretto tutti quanti a guardare
cosa c’era dentro, a vedere quello che non volevamo vedere.
Fa riflettere come sia cambiata la visione dei “ matti” da parte della
gente o almeno, in apparenza. Basaglia resta un grande esempio
d’inclusione. Un concetto ancora poco accettato in quegli anni.. Vedo L’entrare e uscire dal manicomio è la sconfitta del sistema,
l’incapacità di curare..
Mio cugino è stato ricoverato tra il 1969 e il 1978 per tre volte a San Servolo e per
altrettante (si trattava però di ricoveri brevi) al manicomio di Sant’Osvaldo a Udine.
Parlando con i fratelli ancora in vita, attingendo ai miei ricordi e ad altre testimonianze ho
capito come fosse quasi impossibile per lui ritornare ad una vita normale. Mio cugino dopo
il primo internamento esce dal manicomio con venti chili in più, il tremore, la lentezza e
l’intontimento dovuti a un uso massiccio di psicofarmaci. Il suo corpo è marchiato, si porta
addosso lo stigma della malattia mentale, che gli impedirà di essere reintegrato del tutto
nella società. Il reinserimento è teorico, perché è guardato con sospetto, troverà un lavoro,
ma poi verrà licenziato. Mio cugino era pieno di passioni, amava leggere, soprattutto
amava la letteratura russa, amava pescare e giocare a scacchi, avrebbe voluto viaggiare e
vedere il mondo, amava scrivere, ma il suo manoscritto si perde durante un viaggio che,
nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto portarlo in Russia. È un uomo che vive la tensione e il
conflitto con un mondo che percepisce ostile. Il suo suicidio io l’ho percepito come un
tentativo di affermazione estrema. Non è casuale che sia stato così lucido, l’impatto
emotivo del suo gesto, la modalità stessa ha avuto una grande risonanza. Interessante da
questo punto di vista il saggio “Suicidi imperfetti” di Fabrizio Coscia, in cui parla di
personaggi famosi che hanno deciso di chiudere con il mondo con il suicidio.

Il titolo del romanzo è molto forte: si sente la forza e il desiderio
di catturare la realtà. Voleva dare quest’idea?
Il titolo in realtà deriva dal verso di una poesia. La poesia è stata scritta dal fratello Roberto
il giorno dopo il suo suicidio. È una poesia che parla di dolore, di senso di colpa, che
descrive il fratello attraverso poche e intense immagini. Rimanda all’ultimo gesto che
compie prima di morire (fuma un’ultima sigaretta, seduto sulle traversine dei binari), allo
stesso tempo esprime il desiderio e la sfida. Alla fine delle presentazioni di solito leggo
sempre questa poesia, che è un po’ la chiave di lettura di questa storia. Io volevo che la
storia di mio cugino avesse una dimensione corale, che emergesse attraverso il racconto,
le “voci” degli altri, una di queste, potente, è la voce di mio cugino Roberto.
La Sua tesi sul senso della morte nell’Ottocento l’ha aiutata a capire
suo cugino? Fra l’altro lui Le raccontava i classiconi russi.. chi
meglio di Dostojesvky che è stato condannato a morte..? Il Suo romanzo
russo preferito?
Non so se il lavoro che ho fatto tanto tempo fa per scrivere la mia tesi di laurea “Morire a
Treviso nell’Ottocento. Istituzione cimiteriale, culti e immagini della morte” mi sia servito.
Sono una storica di formazione, anche se ho passato gran parte della mia vita ad
insegnare. Ho sempre amato gli archivi: aprire dei faldoni, delle cartelle, dei documenti è
come riaprire una capsula del tempo. Ti trovi di fronte a un mistero, a una matassa che devi
dipanare. Per capire bisogna collocare un singolo documento in un contesto più ampio,
solo così acquista senso. È un’indagine, una ricerca, ci si muove con un’idea, ma non si sa
bene poi dove si arriva. Diciamo che in entrambi i casi per me è stato necessario, intendo
la mia tesi di laurea e questo romanzo. È stato necessario scrivere la mia tesi di laurea
sulla morte per esorcizzare una mia paura/ossessione, è stato necessario raccontare la
storia di mio cugino per liberarmene in qualche modo, perché sentivo che dovevo
raccontarla a tutti i costi, perché quel capitolo non era ancora chiuso per me. Raccontarla
ha comportato anche riaprire vecchie ferite, guardare a distanza di tanto tempo come
funzionano certe dinamiche famigliari. Si è trattato di un’esplorazione che mi ha toccato in
prima persona.
Si è trovata a leggere molto per documentarsi? Quale testo l’ha
colpita di più?
Ho letto diversi libri per scrivere questo romanzo. Mi è stato molto utile “Racconti di San
Servolo” come “L’archivio della follia” di Galzigna e Terzian, anche il diario di Alda Merini, o
la “Repubblica dei matti” di John Foot, ho visto dei filmati, dei vecchi documentari. Di sicuro
scoprire la storia degli Stucky, una delle famiglie più ricche e lungimiranti di Venezia, la loro
fine per mano dei Volpi e dei Cini, oltre che dei Marzotto e ovviamente di Mussolini (ne
parlo in un capitolo del romanzo, la vicenda tocca indirettamente quella di Giuseppe) mi ha
fatto riflettere molto. La storia ti permette alle volte di togliere dei veli, delle falsità, di
guardare più in profondità, Di scoprire degli intrighi, delle ingiustizie. Credo che quello che
mi ha spinto a scrivere questa storia nasca alla fine da un desiderio infantile. Rimediare in
in qualche modo alle ingiustizie, ai danni della vita e del mondo.

Leggerlo perchè
Perchè è un documento ma anche un romanzo dolce amaro.
Neo
solo per l’editore, qualche foto in più sarebbe stata gradita.

