Complice l’interesse americano, reso show in pieno stile trumpiano, la Groenlandia è salita alla ribalta delle cronache internazionali, ma è al centro delle agende politiche dei maggiori player mondiali (Russia e Cina su tutti) da diverso tempo. Già nel 1867 gli Stati Uniti intrapresero una trattativa con la Danimarca per rilevare la sua colonia, accordo che naufragò ma che continuò ad ossessionare gli USA lungo il corso di tutto il ‘900.
Terre rare e, soprattutto, l’accesso alle rotte artiche i motivi che hanno spinto (e spingono) le grandi potenze ad avere il controllo sull’isola più estesa del mondo.
Oggi assistiamo, specialmente dall’Unione Europea, ad una levata di scudi nel difendere il diritto internazionale, spalla a spalla con il piccolo Regno danese. Un Paese considerato da sempre come esempio di diritti civili e modello di terra progressista.
Gli scheletri nell’armadio però non mancano mai, specialmente nelle famiglie che all’apparenza appaiono perfette.
Nel 2017 le ante di quell’armadio cominciarono ad aprirsi.
In quell’anno Naja Lyberth, psicologa sessantaduenne di etnia inuit, denunciò su Facebook dei fatti avvenuti 50 anni prima. Le sue parole cominciarono a diffondersi in rete e, in poco tempo, circa 200 donne condivisero le loro esperienze. Anche in conseguenza del suo lavoro di psicologa, Lyberth sapeva che il muro di silenzio andava abbattuto, ed era assolutamente necessario fare emergere la verità sepolta per troppo tempo.
“Un dottore danese mi fece stendere su un lettino e senza spiegarmi né chiedermi nulla introdusse la spirale nel mio utero, Avevo 13 anni.”
Queste le tragiche parole che iniziarono a muovere le coscienze di tutto il Paese.
Per comprendere meglio questi avvenimenti drammatici è necessario però fare un passo indietro.
Ancora negli anni ‘60 la Groenlandia era una società di stampo tradizionale basata prevalentemente sulla caccia. Le famiglie erano numerosissime, basti pensare che in quella di Naja, tra fratelli e sorelle, erano in 10. Le mansioni, ben definite e categoriche, vedevano le donne in un ruolo subalterno di obbedienza dove era difficile anche parlare e reagire, fattori questi che contribuirono sicuramente al muro di omertà che sopravvisse per decenni.
E’ dunque intuibile che di fronte a dei medici, quelle bambine obbedirono in silenzio mantenendo soffocato per anni il dolore.
La Danish Coil Campaign, questo il nome del progetto attuato dal governo danese in quegli anni, fu una campagna di birth control forzata e contro ogni più elementare forma di rispetto dei diritti umani che diede i suoi nefasti frutti. La media di figli per famiglia prima di questa campagna era di 7, scesa drasticamente a 2,8. Nel 1964 i nuovi nati furono 1674, otto anni dopo, nel 1972 solo 770.
Ad oggi sono in corso indagini per far sempre più luce su questa tragedia, ma la strada è decisamente ancora lunga e tortuosa.
Ma l’armadio ha anche altri scheletri; sempre in quegli anni il piccolo regno scandinavo portò avanti un altro progetto.
Nel 1951 si sollevò il problema di come creare una classe dirigente Inuit in Groenlandia. La malaugurata intuizione fu quella di decidere di prelevare forzatamente 22 bambini di 6 anni che sulla carta avrebbero dovuto essere orfani. La Danimarca chiese al clero locale di segnalare questi minori ma solo 6 di loro erano effettivamente senza genitori.
Vennero destinati presso un campo, gestito da Save the Children (che in seguito presentò scuse ufficiali), dove restarono in quarantena per tre mesi. Dopodichè sarebbero dovuti fare ritorno in Groenlandia dopo 6 mesi ma, a causa di ritardi nei lavori dell’orfanotrofio, rimasero in terra danese per circa un anno. Sei di loro vennero addottati da famiglie locali mentre gli altri fecero ritorno a Nuuk (capitale della Groenlandia).
Nel corso degli anni circa la metà dei bambini soffrì di disturbi psicologici, dipendenza da sostanze e tentativi di suicidio, molti di loro morirono prematuramente.
Solo nel 2022 il governo presentò le sue scuse e un risarcimento danni ai sopravvissuti.
C’è del marcio in Danimarca.
Federico Gatti

