In Italia la parola “corruzione” è familiare. La parola “segnalazione”, un po’ meno. Eppure, in un Paese dove l’illegalità è spesso un rumore di fondo presente, percepita, raccontata ma raramente denunciata, esiste da anni un progetto che prova a cambiare la regola non scritta secondo cui “è meglio non immischiarsi”: si chiama ALAC Allerta Anticorruzione, ed è il servizio di Transparency International Italia dedicato al whistleblowing.
Non un semplice form online, non un numero verde, non una scatola di suggerimenti 2.0.
ALAC è uno dei pochi luoghi in cui un cittadino comune può segnalare un illecito in modo sicuro, anonimo e accompagnato da esperti legali.
Ed è sorprendente quanto, ancora oggi, se ne parli poco.
Cos’è davvero ALAC?
ALAC nasce in Italia nel 2014 sull’onda dei centri Advocacy & Legal Advice Centre diffusi da Transparency International nel mondo. Da allora offre un canale anonimo e crittografato per segnalare episodi di corruzione e mala gestione pubblica; supporto legale gratuito a chi segnala; orientamento su quale autorità sia competente (ANAC, Procura, amministrazioni interne); monitoraggio sui risultati delle segnalazioni.
È una delle poche piattaforme civiche italiane che utilizzano tecnologie come GlobaLeaks, software open source progettato per proteggere l’identità del segnalante.
Il modello è semplice. Se hai visto un illecito, hai il diritto, e in certi casi il dovere,di segnalarlo in sicurezza.
La cultura del silenzio: perché gli italiani segnalano poco?
E qui arriva la parte interessante ma amara.
Nonostante la piattaforma sia operativa da oltre dieci anni e sia riconosciuta a livello internazionale, le segnalazioni restano poche. Nel 2024, ad esempio, ALAC ha ricevuto appena una decina di casi, molti dei quali riguardano: abusi di ufficio, appalti sospetti, favoritismi e anomalie negli enti locali.
Numeri bassi, troppo bassi per un Paese che ogni anno figura nelle classifiche europee dei rischi corruttivi.
La verità è che l’Italia ha un problema culturale più che normativo. Segnalare infatti (brutta parola), da noi, porta ancora con sé una serie di barriere psicologiche: paura di ritorsioni, timore di essere etichettati come “infami” (logica mafiosa), sfiducia nella capacità delle istituzioni di intervenire (beh…), rassegnazione allo status quo. C’è una parte del Paese che ancora sta dalla parte sbagliata. Solo cultura o scelta precisa. Meglio le briciole che nulla?
L’esatto contrario del modello di integrità che nuove norme, come il recepimento della Direttiva europea sul whistleblowing, vorrebbero promuovere.
Protezione sì, ma non totale
ALAC non è un organo investigativo e non può proteggere il segnalante dagli effetti indiretti del proprio gesto. È uno scudo, non un’armatura completa. Il punto è che, anche quando il sistema funziona, il contesto spesso no perché chi segnala rischia l’isolamento sul posto di lavoro; le procedure interne di tutela sono spesso acerbe; la cultura manageriale italiana non è ancora orientata alla trasparenza. Risultato? Molti cittadini preferiscono “lasciar perdere”, e il Paese continua a perdere in legalità, in qualità amministrativa, in fiducia.
L’Italia nel mondo. Il ritardo culturale
In Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Olanda, il whistleblowing è considerato un atto civico, un contributo alla collettività, un tassello della democrazia. In Italia, è ancora percepito come un atto di rottura.
Eppure il principio è semplice: se non viene segnalato, un illecito continua. Se continua, diventa sistema. E quando diventa sistema, non lo fermi più.
Dove sta andando ALAC
Negli ultimi anni ALAC ha cercato di fare un salto di visibilità. Ha redatto campagne di sensibilizzazione e report tematici; sottoscritto partnership istituzionali e predisposto formazione dedicata agli enti pubblici.
Il potenziale c’è: la piattaforma è solida, la credibilità di Transparency International è alta, la normativa europea spinge verso la protezione dei segnalanti.
Ma il vero cambiamento arriverà solo quando, culturalmente, le persone smetteranno di vivere la segnalazione come un atto pericoloso e inizieranno a vederla come una forma di responsabilità collettiva.
ALAC è uno specchio, non una soluzione
ALAC non risolve la corruzione italiana. Ma ci mostra esattamente dove siamo: un Paese che ha gli strumenti, ma non ha ancora la maturità civica per usarli appieno.
È uno specchio fedele. E, come spesso accade, ciò che riflette non ci piace. Non perché sia sbagliato, ma perché è vero.
Redazione National Daily Press

