Quando la profezia denuncia un uso ingiusto e miope della terra
DALLE BILANCE ALLA TERRA
Nel primo articolo dedicato ad Amos abbiamo visto la sua denuncia coraggiosa contro le bilance truccate e l’ingiustizia sociale. Ora proseguiamo questo percorso guardando un altro versante della sua parola: il rapporto con la terra e con l’ambiente.
Amos non parla solo di ricchi e poveri, ma anche di case costruite senza giustizia e di campi sfruttati oltre misura. La sua voce antica si intreccia sorprendentemente con le cronache di oggi, in un tempo in cui il tema della cementificazione selvaggia è tornato al centro del dibattito pubblico.
AMOS E LA GIUSTIZIA DELLA TERRA
Il profeta Amos, vissuto nell’VIII secolo a.C., non era un uomo di corte: era un pastore e coltivatore. Proprio per questo legge con lucidità il rapporto tra società e territorio.
Nei suoi oracoli denuncia chi accumula proprietà, costruisce palazzi sontuosi e sfrutta la terra come se fosse inesauribile.
«Vi ho colpiti con la ruggine e il loglio; le vostre numerose vigne, i vostri giardini, i vostri ulivi, i vostri fichi, la cavalletta ha divorato» (Am 4,9).
La terra stessa diventa segno di una giustizia violata: sfruttata, trascurata, ridotta a strumento di profitto immediato.
CASE SENZA FUTURO
Amos denuncia chi «costruisce case di pietra squadrata ma non vi abiterà, pianta vigne deliziose ma non ne berrà il vino» (Am 5,11).
Queste parole evocano un modo di abitare arrogante, che ignora i limiti ambientali e sociali. Sembrano scritte per l’Italia di oggi, dove crescono cantieri e nuove costruzioni anche in aree già congestionate o fragili.
Le recenti cronache di Milano ne sono un esempio: polemiche accese per l’avanzata della cementificazione selvaggia, con interi comparti verdi sacrificati a progetti edilizi spesso poco trasparenti, mentre vaste aree già edificate restano inutilizzate.
La profezia di Amos smaschera un paradosso: si costruisce tanto, ma spesso senza futuro, perché si consumano risorse che non si rigenerano.
DALLA BIBBIA AL CEMENTO DI OGGI
Secondo ISPRA, in Italia nel 2023 sono stati coperti dal cemento oltre 77 km² di suolo in un solo anno, con un ritmo di 2,4 m² al secondo. Ogni nuovo edificio erode campi, boschi e paesaggi, spesso senza reale necessità abitativa.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: dissesto idrogeologico, perdita di biodiversità, isole di calore urbano. Ma soprattutto, si perde la relazione viva con la terra, ridotta a semplice supporto da sfruttare.
Amos ci aiuta a leggere questi fenomeni con uno sguardo profondo: non è solo una questione tecnica o politica, ma culturale e spirituale.
UNA PROFEZIA PER IL PRESENTE
Amos non si limita a condannare: invita a ripensare il rapporto con la terra come luogo di giustizia e di vita comune.
Nella sua visione, la terra appartiene a Dio e va custodita, non sfruttata. Chi costruisce ignorando questo principio si illude di creare ricchezza, ma prepara instabilità e dolore.
Oggi, di fronte alle sfide ambientali e climatiche, le sue parole acquistano una forza sorprendente: non si può costruire un futuro abitabile senza giustizia ambientale.
UNA QUESTIONE DI RESPONSABILITÀ COLLETTIVA
Le scelte urbanistiche, la gestione dei territori, l’agricoltura intensiva o sostenibile non sono temi per pochi esperti: toccano la vita di tutti. Le alluvioni, la scarsità d’acqua, la cementificazione che avanza sono realtà quotidiane.
In questo contesto, la voce di Amos è attuale: non si tratta solo di denunciare, ma di risvegliare una coscienza collettiva che metta la terra al centro delle scelte politiche, economiche e culturali.
Diac. Luigi Giugno

