Voglio urlarla questa parola. Impunità.
È una parola terribile, sprezzante, irridente, lacerante, perché porta con sé il dolore di Abele che giace sotto terra mentre Caino continua a camminare libero per il mondo.
Caino ha diritto a un processo giusto, alla difesa e a tutte le garanzie che distinguono una civiltà dalla barbarie. Ma quando la sua responsabilità è accertata deve pagare, perché una giustizia che sa soltanto comprendere, attenuare, rinviare e perdonare, ma dimentica di proteggere chi ha subito il male, rischia di produrre una seconda vittima.
Abele viene ucciso una prima volta da Caino. Può essere ucciso una seconda volta quando la società dimentica il suo nome, il suo dolore e il diritto che aveva di vivere e di essere difeso.
Basta Caino libero per il mondo e Abele sotto terra senza nemmeno il diritto al ricordo.
Impunità. Quando la regola diventa un consiglio
Impunità non significa soltanto assenza della pena. Significa diffondere la convinzione che una regola possa essere violata senza pagarne il prezzo e che il diritto degli altri possa essere calpestato senza conseguenze.
È allora che quattro parole apparentemente innocue diventano il veleno di una società: «Tanto non succede niente».
Non importa nemmeno che sia sempre vero, perché basta che un numero crescente di persone cominci a crederlo. Si può danneggiare, truffare, occupare ciò che appartiene agli altri, ignorare un divieto, aggredire, stuprare o calpestare un diritto perché si diffonde la sensazione che, alla fine, probabilmente non accadrà nulla.
Una legge che nessuno teme di violare lentamente smette di essere percepita come una legge e diventa poco più di un consiglio.
Quando l’onesto comincia a sentirsi stupido
Una società funziona finché la maggioranza delle persone considera normale rispettare le regole anche quando nessuno sta guardando, perché non può esserci un poliziotto a ogni incrocio, un controllore in ogni autobus, un ispettore dietro ogni contribuente o un giudice accanto a ogni rapporto umano.
La convivenza si regge sulla fiducia, ma quella fiducia crolla quando chi rispetta le regole vede altri ottenere vantaggi proprio perché le violano.
Prima arriva l’indignazione, poi la frustrazione e infine la domanda che dovrebbe terrorizzare qualsiasi Stato: «Perché io sì?»
Perché devo pagare se altri non pagano, perché devo rispettare un divieto se chi lo ignora non subisce conseguenze, perché devo continuare a essere corretto quando la scorrettezza sembra diventata conveniente?
Questo è il capolavoro dell’impunità: non soltanto salvare il colpevole dalle conseguenze, ma insinuare nell’onesto il sospetto che essere onesti sia diventato da stupidi.
Garantismo non significa impunità
Una democrazia deve garantire il diritto alla difesa, la presunzione d’innocenza, la proporzionalità della pena e la possibilità di recupero. Senza queste garanzie non avremmo giustizia, ma arbitrio.
Ma quando una responsabilità è definitivamente accertata deve esserci una conseguenza certa, ragionevole e tempestiva.
Possiamo riempire i codici di pene severissime, ma serviranno a poco se si consolida la convinzione che quelle pene difficilmente arriveranno.
Non serve minacciare cento quando tutti si aspettano zero.
Questo non è garantismo. Il garantismo protegge l’innocente dall’errore dello Stato e garantisce un processo giusto anche al colpevole. Non può diventare il nome elegante dietro il quale nascondere l’incapacità di una società di far rispettare le proprie regole. L’incapacità, o peggio, la fase di un disegno politico che vuole portare al “tanto peggio peggio tanto meglio” per raccogliere facili consensi popolari. La rivolta sociale invocata da qualcuno…
L’impunità uccide Abele due volte
Nel nostro infinito discutere dei diritti di chi sbaglia abbiamo progressivamente spostato fuori dall’inquadratura qualcuno. La vittima.
Dietro un reato può esserci una persona derubata, truffata, aggredita, stuprata, umiliata, minacciata o privata di un proprio diritto. Quella persona ha già pagato una volta per ciò che qualcun altro ha deciso di farle.
Non può essere costretta a pagare una seconda volta quando scopre che il sistema al quale aveva affidato la propria tutela sembra incapace di reagire. Perché il messaggio che può arrivarle è devastante: quello che ti è successo non conta abbastanza.
Ed è qui che l’impunità mostra il suo volto più cinico, perché rassicura chi viola la regola, esaspera chi la rispetta e può abbandonare chi ne ha subito la violazione.
Abele muore una volta per mano di Caino. Non lasciamo che muoia una seconda volta per mano della nostra indifferenza.
Gli onesti devono smettere di tacere
Non abbiamo bisogno di una società feroce, vendicativa o ossessionata dalla punizione. Abbiamo bisogno di una società giusta, nella quale esista ancora un collegamento riconoscibile tra ciò che facciamo e le conseguenze delle nostre azioni.
Chi sbaglia deve poter rimediare; chi ha commesso un reato deve poter scontare la propria pena e poi ricominciare; chi cade deve avere la possibilità di rialzarsi. Ma prima deve esistere una responsabilità.
Perché il contrario dell’impunità non è la vendetta. È la giustizia.
E allora forse è arrivato il momento che gli onesti smettano di sentirsi una maggioranza silenziosa, rassegnata e persino un po’ stupida. Che smettano di abbassare la testa davanti alla prepotenza, di considerare inevitabile l’ingiustizia e di accettare che la vittima debba quasi chiedere scusa per pretendere giustizia.
Gli onesti devono riconoscersi, parlarsi, unirsi e pretendere uno Stato capace di proteggere chi rispetta le regole senza rinunciare alle garanzie di nessuno. Non chiediamo vendetta. Chiediamo giustizia.
Chiediamo che chi ha subito sia ricordato prima di chi gli ha fatto del male; chiediamo che la pietà non abbia una sola direzione. Chiediamo che il perdono, quando arriverà, possa venire dopo la responsabilità e non al suo posto.
Perché una società che dimentica Abele per preoccuparsi soltanto del destino di Caino non è diventata più umana. Ha semplicemente cambiato vittima.
E allora basta. Basta con l’onesto che paga e il furbo che ride; basta con la vittima dimenticata e il colpevole trasformato nell’unico protagonista; basta con una giustizia percepita come fortissima con chi rispetta le regole e impotente davanti a chi le calpesta.
Abele non può continuare a morire. Una volta lo ha ucciso Caino. La seconda volta potremmo ucciderlo noi, dimenticandolo. E questa volta non potremo dire di non averlo saputo.
Viva Abele. Abbasso Caino.
Giulio Valerio Santini
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